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Sui conti pubblici l’effetto costi standard

ROMA – Per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i conti del federalismo fiscale saranno il risultato di una duplice innovazione: il controllo dei cittadini e quello tra le regioni. La conclusione, in attesa delle cifre relative ai costi standard che saranno diffuse tra luglio e settembre, è che il costo c’è «se non si fa il federalismo ». In sostanza, per il titolare dell’Economia quel che non funziona è l’assioma «federalismo uguale maggiori costi». In realtà, i risparmi ci saranno «man mano che con i costi standard si fornirà ai cittadini un servizio migliore». Nessun numero, almeno al momento, ma «un percorso e un metodo». Incalza il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: «Oggi finisce la telenovela del federalismo che costa». Se ne riparlerà tra luglio e settembre. L’impatto sulla spesa del passaggio dalla spesa storica ai costi standard sarà decisivo, tenendo comunque conto che il percorso di entrata a regime del nuovo sistema ha una proiezione pluriennale. Stando al dispositivo della delega (che rinvia direttamente all’articolo 119 della Costituzione), il tempo limite per il varo dei provvedimenti attuativi è di due anni (quindi fino al 5 maggio 2011), cui seguiranno cinque anni di regime transitorio. Dunque il punto di arrivo è il 5 maggio del 2016. Ne consegue che l’impatto effettivo sui conti pubblici definitivo potrà essere fissato con precisione solo in progress, ed eventualmente ritarato e corretto. Sulla carta, l’attribuzione in capo agli enti decentrati del principio di responsabilità nella gestione di entrate e uscite, incrociato con un maggior controllo sul territorio in materia di accertamento e riscossione delle imposte, dovrebbe razionalizzare l’intero sistema con i connessi effetti sui conti. «Per ora vogliamo evitare di dare numeri a caso», ribadisce Tremonti che in diverse occasioni ha ricordato come sia proprio il federalismo la vera scommessa sul fronte della lotta all’evasione fiscale. Come mette già in luce la relazione illustrativa della legge delega, il tutto nasce dalla constatazione che un sistema di finanza derivata, con ripiani a piè di lista «alle amministrazioni inefficienti o con criteri basati sulla spesa storica», finisce per premiare «chi più ha creato disavanzi, favorisce quelle politiche demagogiche che creano disavanzi destinati prima o poi ad essere coperti dalle imposte a carico di tutti gli italiani». La linea esposta da Tremonti prevede che i risparmi («e non i tagli») perverranno proprio dal nuovo meccanismo dei costi standard. Prima di tutto, occorre saper spendere, e Tremonti cita a titolo di esempio in negativo i 40 miliardi contenuti nel programma comunitario 2007-2013: le regioni assegnatarie del sud «ne hanno spesi 3,6. Gli altri fondi sono fermi». Ecco perché occorre cambiare registro, superando «anomalie e patologie».

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