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Sud responsabile e senza vittimismo

Si può parlare ancor oggi della questione meridionale, del divario del Sud rispetto al resto della penisola, come di una “questione nazionale”, dalla cui soluzione dipende la sorte del paese? Oppure non è il caso di preoccuparci, piuttosto, di una “questione settentrionale”, del pericolo che il Nord finisca col perdere terreno rispetto alle aree europee più avanzate? In realtà, entrambe le questioni sono complementari: tanto più se si considera che, in un mercato globale e in uno scenario economico multipolare, si ha a che fare con una competizione sempre più serrata fra sistemi-paese nella loro interezza. Del resto, che il riscatto delle regioni me-ridionali fosse essenziale per la crescita generale del paese, era già ben presente a quanti fondarono cent’anni fa, nel 1910, l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno. Poiché questo sodalizio sorse per iniziativa non solo di eminenti meridionalisti (come Giustino Fortunato, Pasquale Villari, Gaetano Salvemini, Francesco Sa-verio Nitti) ma anche del piemontese Umberto Zanotti Bianco, del lombardo Tommaso Gallarati Scotti, del friulano Bonaldo Stringher, del toscano Leopoldo Franchetti. Resta il fatto che finora le distanze del Sud dal Nord, anziché ridursi, si sono accentuate (come emerge anche dall’ultimo rapporto della Svimez). Una volta venuta meno negli anni 90 la politica interventista della mano pubblica (in seguito alle privatizzazioni e alle norme dell’Unione Europea), ha finito così per diffondersi nel Mezzogiorno la tesi che non si sia comunque fatto quanto dovuto per porre rimedio alle “prevaricazioni” che sarebbero state commesse a danno del Sud, sin dall’unificazione, attraverso una “colonizzazione” dell’economia meridionale a tutto vantaggio del Nord. Per contro, nel Settentrione, ha tenuto banco, ancor prima che spuntasse la Lega, l’idea che il Mezzogiorno sia stato sempre una pesante zavorra per il Nord in quanto avrebbe seguitato a drenare gran parte della spesa pubblica. Oggi sarebbe non solo sterile ma del tutto improprio se il dibattito pubblico continuasse a risentire di questa vecchia querelle. E non si procedesse invece a un ripensamento della questione meridionale fuori da certi pregiudizi. Non s’è registrata infatti, lungo l’arco della storia nazionale, una spesa dello stato a favore del Sud talmente ingente in termini quantitativi da surclassare quella avvenuta per altre parti della penisola; anzi, essa risulta sia complessivamente sia pro-capite più circoscritta rispetto a quella affluita verso il Settentrione. È bensì vero che i trasferimenti pubblici verso il Sud si sono tradotti per lo più, fin dagli ultimi decenni dell’800, in una sequela di erogazioni governative, a pioggia o a fondo perduto, in funzione del voto di scambio o a seconda di determinate finalità assistenziali e clientelari. Proprio questo connubio fra intermediazione politica, dilatazione dell’apparato burocratico e formazione di redditi sovvenzionati o distribuiti dallo stato risulta perciò il nodo che occorre infine sciogliere. Comunque sia, è oggi evidente che la questione meridionale non si risolve con certi espedienti redistributivi a supporto dei redditi e dell’occupazione, né tantomeno con megaprogetti infrastrutturali. Importante è invece una politica di programmazione per fattori innovativi (trasporti, reti di comunicazione, centri di ricerca e formazione professionale, riqualificazione del territorio), unitamente al potenziamento dei servizi pubblici preposti alla legalità e alla giustizia. Ma a questo cambio di paradigma è necessario che concorrano le amministrazioni locali eliminando sprechi e parassitismi, rendendo più efficienti i propri strumenti operativi e allocando meglio le proprie risorse e i contributi comunitari europei. D’altronde,è tempo che si ponga fine a una stridente sperequazione, dato che i cittadini del Nord risultano pagare tasse locali più elevate di quelle nel Sud, e che per i medesimi servizi pubblici si dovrebbe provvedere in Sicilia, Calabria, Basilicata e Sardegna, se non gli stessi soldi delle regioni più virtuose (come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) quantomeno con un minore dispendio di quattrini come in Abruzzo e in Puglia. In sostanza, si dovrebbe puntare su un modello di federalismo fiscale che non comporti, beninteso, una separazione di fatto del Sud dal resto del paese né annulli il principio di sussidiarietà. Ossia, un sistema ben congegnato d’incentivi e di sanzioni che valorizzi l’autonomia degli enti locali responsabilizzandoli a un utilizzo efficace delle proprie risorse, fuori da logiche partitiche e pressioni corporative. Ciò contribuirebbe altresì alla formazione nel Sud di una nuova classe dirigente, senza più la sindrome del vittimismo, e in grado di assecondare le potenzialità delle piccole e medie imprese, in modo che la loro attività non rimanga circoscritta ad alcune zone a “pelle di leopardo”.

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