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Su negozie capannoni il primato dei rincari

Sono gli immobili delle imprese i più penalizzati dai rincari dell’Imu decisi dai Comuni per il 2013. Secondo il monitoraggio del Caf Acli sulle delibere municipali, l’aliquota media sui fabbricati produttivi accatastati nel gruppo D è passata dallo 0,76% dell’anno scorso allo 0,8 per cento di quest’anno.

In termini percentuali, nessun’altra tipologia di immobili ha visto un rincaro così marcato. Ma non è solo una questione di aliquote, perché le imprese nel 2013 hanno dovuto adeguarsi anche all’incremento da 60 a 65 del moltiplicatore utilizzato per determinare il valore catastale, cioè la base di calcolo del tributo. Un mix che fa salire il conto dell’Imu in media del 14% rispetto all’anno scorso e addirittura del 62,5% rispetto al 2011, ultimo anno di applicazione dell’Ici. Per intenderci, su un piccolo capannone con una rendita catastale di 10mila euro, significa pagare 672 euro in più rispetto all’anno scorso e 2.100 in più rispetto a due anni fa. I rincari subìti dalle singole aziende, comunque, saranno molto più alti, perché i dati elaborati dal Caf Acli, diretto da Paolo Conti, esprimono un valore medio calcolato sulle delibere registrate nel database del Caf.

Nella realtà, è molto raro che un Comune sia passato dallo 0,76% allo 0,8%: l’aumento, quando viene approvato dal consiglio comunale, di solito si spinge molto più in alto. E questo si riflette sugli importi da pagare: ad esempio, passare dallo 0,76% allo 0,96% di Imu vuol dire sborsare 1.764 euro in più per lo stesso capannone-tipo.

Del resto, il meccanismo disegnato per il 2013 dalla normativa statale pare congegnato proprio per incentivare i rincari: il gettito Imu derivante dai fabbricati produttivi, infatti, finisce nelle casse dell’Erario per la parte fino allo 0,76% (aliquota base), mentre i sindaci possono incassare gli introiti derivanti dalla maggiore aliquota fino all’1,06 per cento. Resta da vedere su quale dato medio ci si assesterà quando tutti i Comuni avranno deliberato, ma la tendenza al rialzo sembra consolidata.

Oltretutto, siccome l’acconto dell’Imu è stato pagato con le aliquote del 2012, i rincari appena deliberati dai Comuni si rifletteranno tutti nel saldo dell’imposta municipale, per ora in scadenza il 16 dicembre. Andando così a formare un tour de force fiscale con gli acconti Ires e Irap, per i quali il Governo ha annunciato una proroga al 10 dicembre e su cui pende il rischio di un ulteriore aumento in extremis, se dovesse scattare la clausola di salvaguardia prevista dal decreto che ha cancellato la prima rata dell’Imu sull’abitazione principale.

Il caro-Imu interessa in prima battuta i fabbricati accatastati nel gruppo catastale D, come i capannoni, i cinema, gli alberghi, le cliniche private e gli impianti industriali. Oltre alle banche e alle assicurazioni, che già dall’anno scorso hanno visto un aumento maggiorato della base imponibile. Un problema simile, però, si pone anche per gli immobili d’impresa iscritti in altre categorie catastali, come i negozi, le botteghe, i laboratori, i magazzini e gli uffici. E lo stesso succede anche per le aree fabbricabili. In questi casi il gettito dell’imposta va tutto al Comune – senza incentivi impropri al rialzo – e non c’è neppure l’aumento del moltiplicatore. Ma resta un’aliquota media che già nel 2012 era più elevata di quella prevista per i fabbricati produttivi del gruppo D, al netto di eventuali agevolazioni previste a livello locale (come quelle le botteghe storiche o i negozi posseduti dal titolare dell’attività).

L’unica possibilità di uno sgravio – almeno per ora – è legata al disegno di legge di stabilità per il 2014, che punta a rendere deducibile dall’Ires e dall’Irpef (ma non dall’Irap) il 20% dell’Imu pagata nel 2013 dalle imprese sui propri immobili strumentali. Una misura ancora limitata, però, perché oltre alla percentuale modesta si rivela inutile con le imprese fiscalmente in perdita e con quelle che sono in affitto: è vero che non pagano l’Imu ma potrebbero vedersi scaricato sul canone parte degli aumenti.

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