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Stop di un anno per il nucleare

ROMA – Sul ritorno al nucleare scatta la moratoria di un anno. È Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, a ufficializzare una decisione che è lentamente maturata nell’ultima settimana quando il governo, dopo le prime dichiarazioni nel segno della continuità, ha dovuto fare i conti con i timori sempre più diffusi per il disastro alla centrale giapponese di Fukushima. L’avvicinarsi delle elezioni amministrative e soprattutto il timore per il referendum in programma il 12 giugno hanno fatto il resto, fino al consiglio dei ministri europei dell’Energia che lunedì a Bruxelles ha sancito, attraverso gli stress test sulle centrali più vecchie, una linea di prudenza e accertamento dei livelli minimi di sicurezza. Pesa ancora come un macigno del resto il precedente del disastro di Cernobyl, che fiaccò le speranze dei nuclearisti nel referendum del 1987. Oggi dunque il consiglio dei ministri dovrebbe decidere lo stop. Nella tarda serata di ieri i tecnici dello Sviluppo e della presidenza del consiglio valutavano se ricorrere a un decreto legge (poco probabile) o limitarsi a un atto di indirizzo. In quest’ultimo caso potrebbe trattarsi di una delibera di Palazzo Chigi, che invita le amministrazioni responsabili di applicare il piano nazionale nucleare – ministero dello Sviluppo economico e ministero dell’Ambiente – a procrastinare di un anno gli adempimenti iniziali, dai quali a cascata derivano tutte le tappe per rilanciare l’Italia nell’industria dell’atomo. Romani ne ha parlato ieri dopo una breve relazione alla commissione Industria del Senato chiamata ad esprimere il parere sul decreto legislativo relativo ai criteri di localizzazione dei siti (provvedimento correttivo del dlgs 31 del 2010). «Al consiglio dei ministri – spiega Romani – faremo una dichiarazione di moratoria per un anno per quanto riguarda le decisioni e l’attivazione della ricerca dei siti per le centrali nucleari». Lo stop dovrà «consentire anche al nostro paese di partecipare al massimo livello negli organismi europei alla ricerca delle procedure di sicurezza che rassicurino la pubblica opinione». Non è una completa marcia indietro perché il dlgs in esame dovrebbe comunque essere portato al traguardo allo scopo di lasciare procedere normalmente almeno la parte relativa al deposito delle scorie. La moratoria infatti dovrebbe applicarsi a tutti gli altri aspetti del piano, dai criteri per la localizzazione dei siti alle certificazioni e autorizzazioni. L’iter per l’Agenzia per la sicurezza, incardinata in un diverso provvedimento, non dovrebbe subire stop. La moratoria incassa subito le reazioni positive del presidente del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini, concordi nel chiedere che il tema alla luce della tragedia giapponese sia valutato senza condizionamenti emotivi. Parla di «decisione opportuna per fare le valutazioni necessarie» il ministro della Salute Ferruccio Fazio. Per Romani non si compromette la possibilità della «pubblica opinione di essere informata ai massimi livelli possibile» per far sì che il referendum di giugno si basi su «certezze da dare sia come governo che come autorità europee». Esattamente il contrario della strategia che le opposizioni attribuiscono al governo, ritenendo che con la moratoria abbia solo scelto la via più facile per depotenziare e mettere a rischio il quorum della consultazione di giugno, che include anche il quesito sul legittimo impedimento. «Il governo sembra voler prendere tempo per salvare se stesso» commenta Stella Bianchi, responsabile ambiente del Pd. Antonio Di Pietro, leader Idv, va oltre e parla di «un chiaro raggiro che serve a scavallare la data del referendum. Noi andremo avanti con la nostra battaglia».

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