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Spending triennale per il taglio tasse

Fonte: Il Sole 24 Ore

Il piano pluriennale sul taglio delle tasse da 45 miliardi fino al 2018 e il programma di revisione della spesa marceranno di pari passo. Sulla base dello schema al quale sta lavorando il commissario Yoram Gutgeld, la nuova spending review 2.0 potrà avere una fisionomia triennale (anche in questo caso con scadenza 2018): 10 miliardi nel 2016, per salire poi fino a circa 15 miliardi nel 2017 e ancora di più l’anno successivo. In realtà la durata dei due interventi è quinquennale visto che il provvedimento di partenza, ovvero il decreto sul bonus Irpef da 80 euro che conteneva anche un pacchetto di tagli selettivi alla spesa, è stato varato nel 2014. In ogni caso la strategia del Governo è già definita. Anche perché, come ha ribadito ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il taglio delle tasse «è credibile», anche agli occhi di Bruxelles «solo se permanente e sostenuto da tagli alla spesa».
Questo non implica un collegamento automatico tra i due interventi in termini di coperture. È il caso dell’eliminazione della Tasi sulla prima casa che farà parte, insieme alla cancellazione dell’Imu agricola e della tassa sui cosiddetti “imbullonati” della prossima manovra. Costo complessivo dell’operazione oltre 4,3 miliardi, 3,4 miliardi dei quali solo per lo stop alla Tasi, che diventerebbero 3,5 miliardi nel caso in cui l’intervento comprendesse anche all’Imu su ville e castelli adibiti a prima abitazione (ma non sembra essere questo l’orientamento del Governo).
I 10 miliardi della spending per il 2016 sono già destinati (insieme ai 6,4 miliardi di flessibilità Ue già contabilizzati nel Def grazie all’attivazione della clausola riforme) alla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia fiscali da oltre 16 miliardi. Anche in questo caso si tratta di fatto di un intervento in chiave fiscale. Per la cancellazione della Tasi sulla prima casa occorrerà quindi trovare altre risorse anche per compensare i comuni del gettito che perderanno. Tra le ipotesi prettamente tecniche sul tavolo c’è anche quello di un aumento dell’Imu sugli immobili adibiti ad uso diverso da quello di abitazione principale (seconde, terze case e via dicendo). Un intervento di questo tipo consentirebbe di recuperare gran parte della dote necessaria per eliminare la Tasi prima casa. Ma per Palazzo Chigi la priorità è dare un messaggio chiaro e inequivocabile sulla volontà del Governo di ridurre le tasse e l’eventuale ricorso a un irrobustimento del prelievo sulle seconde case rischierebbe di non essere in linea con questa strategia.
C’è poi la questione selettività. Ieri il sottosegretario dell’Economia e leader di Scelta civica, Enrico Zanetti, è tornato alla carica. «Bene il ministro Padoan quando, come noi, sottolinea che solo i tagli di tasse finanziati con tagli di spesa possono avere basi solide e vita duratura», ha affermato Zanetti che chiede però un chiarimento sulla prima casa: il taglio della Tasi non deve essere per tutti per finanziare la deducibilità al 100% per le imprese dell’Imu sui capannoni. Il sottosegretario ha anche confermato che al momento «il monte-manovra è di circa 25 miliardi di euro» e «comprende anche gli interventi per neutralizzare le clausole. Le coperture verranno trovate dalla spending review, dai miglioramenti legati al costo del debito e dalla flessibilità sul deficit».
Di fatto circa 20-21 miliardi sarebbero già disponibili: i 10 della spending, i 6,4 miliardi della flessibilità accordata e contabilizzata nel Def, e altre 3,5-4 miliardi tra minor spesa per interessi sul debito computabile nella manovra e una parte del gettito atteso dal rientro dei capitali. Mancherebbero all’appello 4,5-5 miliardi. Quanto alla riduzione fiscale, confermato il piano in tre mosse: tasse sulla prima casa nel 2016 (con Imu agricola e “imbullonati”); Ires (che scenderebbe al 24%) nel 2017; riforma dell’Irpef nel 2018.

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