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Spa pubbliche penalizzate dai quei voti indifferenziati

E’ un copione già scritto. Ad ogni declassamento del debito sovrano segue quello delle grandi società legate allo Stato. Un automatismo che racchiude in sé la contraddizione di uno scollamento evidente tra la gestione del bilancio pubblico – deludente quando va bene o addirittura sciagurata come accade di recente – e la realtà economica e finanziaria sottostante. Prendiamo l’Eni, che come le altre è stata declassata. E che ha mantenuto intatte le posizioni in Libia nonostante il governo abbia perlopiù remato contro gli interessi nazionali. Non solo: ha piazzato con successo una grossa emissione di bond – collocata pochi giorni fa – nel bel mezzo della crisi finanziaria. Ma tant’è. E la questione può riguardare Enel, Terna, Finmeccanica e anche Poste. Le quali via via nel tempo hanno cambiato pelle diventando un’azienda che ormai è sul mercato e macina utili. Per non parlare dei soggetti privati, che quando si declassa i BTp vengono colpiti, come banche e assicurazioni. Insomma si torna sempre al solito nodo centrale, quello della credibilità di un Paese, di un sistema, di una classe dirigente governativa. Bisognerebbe che nascesse una specie di Grande Moody’s per dare dei voti anche ai singoli responsabili della cosa pubblica, magari con una legge che impone le dimissioni quando il rating scende a livello di junk bond.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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