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Società di comodo: chi sfugge alla stretta

È possibile sfuggire all’aumento al 38% dell’aliquota Ires per le società di comodo, comprese quelle in perdita per più anni, in presenza di cause di esclusione ovvero qualora sia accolta l’istanza di interpello, che dovrà, però, contenere motivazioni diverse da quelle considerate fino ad oggi rilevanti. La “stretta” della manovra di ferragosto su queste società, nonché sui soci ai quali sono assegnati beni sociali in godimento, non riguarda, inoltre, le società semplici e quelle non residenti prive di stabile organizzazione in Italia (se non sono “esterovestite”). Non è stata, invece, prevista, contrariamente a quanto avvenuto in passato, una disciplina per lo scioglimento agevolato delle società di comodo, che avrebbe potuto anche garantire nuove entrate per l’Erario.

L’obiettivo della manovra
L’intervento operato in sede di conversione in legge del Dl n. 138/2011 ha stabilito, a decorrere dal 2012:
– la maggiorazione di 10,5 punti percentuali dell’aliquota dell’Ires dovuta dalle società di comodo;
– l’applicazione della normativa sulle società di comodo anche a quelle che presentano dichiarazioni in perdita fiscale per tre periodi d’imposta consecutivi ovvero per due periodi se nel terzo è dichiarato un reddito inferiore a quello minimo;
– l’imposizione quale reddito diverso della differenza tra il valore di mercato e il corrispettivo annuo previsto per la concessione di beni della società (o dell’impresa individuale) in godimento ai soci (o ai familiari dell’imprenditore) e l’indeducibilità dei costi relativi a questi beni in sede di determinazione del reddito d’impresa.
La finalità appare quella di scoraggiare ulteriormente l'”occultamento” in capo allo “schermo” societario di beni la cui disponibilità assume rilevanza ai fini dell’accertamento sintetico nei riguardi delle persone fisiche (soci o familiari) che ne traggono utilità.

Le esclusioni
Non sono state, invece, prese in considerazione le società semplici e quelle non residenti prive di stabile organizzazione in Italia, poiché viene sempre fatto riferimento ai beni della “impresa”. La nuova disciplina si applica, però, se la società è considerata residente in Italia per effetto della presunzione di “esterovestizione” di cui all’articolo 73, comma 5-bis, del Tuir.
L’Agenzia deve tener conto, ai fini della ricostruzione sintetica del reddito, di «qualsiasi forma di finanziamento o capitalizzazione effettuata nei confronti della società» (che potrebbe essere, in questo caso, anche una società semplice). Si tratta di una facoltà già esistente, che è stata riaffermata per scoraggiare l’effettuazione di finanziamenti destinati all’acquisizione di beni concessi poi in godimento agli stessi soci finanziatori.

Fonte: Il Sole 24Ore

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