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Siamo realisti, i tagli non bastano

Nella nota di aggiornamento al Def i cui contenuti saranno trasferiti nelle tabelle della prossima legge di stabilità, il governo ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Pil (che rimangono tuttavia ottimiste) e ha confermato il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. Nel 2014 si tratterebbe addirittura di surplus pari a allo 0,2 per cento. Viceversa l’Fmi stima un deficit di bilancio per il 2013 di 1 punto di Pil. Come si conciliano queste diverse valutazioni? Innanzitutto va considerato che circa 20 miliardi della manovra sono tuttora virtuali in quanto affidati a una delega, quella fiscale-previdenziale di difficile attuabilità e di incerta razionalità, in quanto si dovrebbe tradurre in una robusta riduzione dei trattamenti assistenziali (reversibilità, accompagnamento, assegni familiari?), e/o in un taglio lineare delle “spese fiscali” tra le quali sono classificate per esempio le detrazioni Irpef per lavoro dipendente e autonomo, quelle per carichi di famiglia, la deduzione dei contributi sociali per i dipendenti, eccetera. Inoltre, l’affidabilità e l’efficacia della manovra (soprattutto per quanto riguarda i tagli alla spesa pubblica) sono incerte: su 60 miliardi una divergenza percentuale anche non eccessiva dei risultati rispetto alle previsioni può avere effetti rilevanti. È quindi abbastanza evidente che la vicenda del riequilibrio del bilancio non è ancora conclusa e altri capitoli andranno scritti. In ogni caso, al di là della retorica sul “pareggio del bilancio”, l’obiettivo vero della manovra è quello di ricostruire un surplus primario di entità tale da consentire una discesa costante (e non troppo lenta) del debito pubblico. In base alla manovra esso si dovrebbe attestare sul 5,4 e 5,7% rispettivamente nel 2013 e 2014 e quindi ritornare ai livelli raggiunti dai governi di centro-sinistra nel periodo 1997-2000. Com’è noto, nel corso degli anni 2000 quel surplus è stato progressivamente azzerato (salvo un recupero effimero e transitorio al 3,5% nel 2007, governo Prodi). Viceversa se esso si fosse mantenuto ai livelli di allora, l’Italia avrebbe affrontato la crisi con un debito pubblico dell’80-85% del Pil e quindi non si troverebbe oggi al centro della tempesta. È evidente, quindi, la miopia con la quale è stata gestita la politica di bilancio nel periodo 2001-2006, e la inconsapevolezza non solo dei governi, ma anche dell’opinione pubblica e delle forze politiche restie ad accettare una politica di rigore finanziario, strutturale. Tutti ricordano le difficoltà e le incomprensioni (anche nella maggioranza) incontrate dal II° governo Prodi nel tentare di riportare i conti in equilibrio. Va anche ricordato che mentre il surplus primario evaporava progressivamente ciò nonostante il limite del 3% di disavanzo previsto dal trattato di Maastricht, veniva rispettato grazie a una serie nutrita di interventi tampone una tantum (cartolarizzazioni, condoni, ecc.) che contribuivano ad alimentare illusioni e inconsapevolezza. I nostri guai attuali derivano dall’incapacità a mantenere una politica di controllo del bilancio (e soprattutto della spesa pubblica) coerente e costante nel tempo. Il risultato finale è stato che circa 5,5 punti di surplus primario si sono tradotti progressivamente in un aumento non sostenibile della spesa previdenziale, delle retribuzioni di pubblici dipendenti, degli acquisti di beni e servizi, eccetera, mentre le entrate rimanevano pressoché costanti in quota al Pil. Va anche notato che le spese locali sono cresciute di più di quelle centrali (previdenza esclusa). Ora, secondo la manovra, si tratta di recuperare esattamente lo stesso ammontare di risorse, e poiché non si può “rimettere il dentifricio nel tubetto”, l’operazione risulta, e ancora di più sarà, faticosa e dolorosa con le ulteriori difficoltà, ansie e traumi derivanti dall’urgenza. È anche evidente che se il tasso di crescita dell’economia italiana fosse stato più elevato, ai livelli di quello medio europeo, la sostenibilità della dinamica della nostra spesa pubblica sarebbe risultata molto migliore. Concludendo, i nodi sono ormai tutti al pettine: saranno necessari nuovi interventi e nuove misure e si dovrà prendere atto di alcune realtà. Per esempio: è illusorio pensare che il costo della crisi possa essere interamente sostenuto “dal 10% più ricco della popolazione”; ed è altrettanto illusorio pensare di poter eludere ancora il problema delle pensioni che non possono essere lasciate crescere più del Pil; non è possibile continuare a fare finta di fare la lotta all’evasione, essa va fatta sul serio, e lo stesso vale per la corruzione e l’affarismo dilagante. Occorre, inoltre, affrontare il problema del riassetto istituzionale del settore pubblico se si vuole veramente ridurre la spesa; occorre evitare che il federalismo si risolva in uno scontro continuo tra centro e periferia per la ripartizione di risorse scarse, con l’effetto finale di aumentare la spesa pubblica; bisogna reintrodurre una vera concorrenza tra le imprese e non continuare a elargire sostegni, sussidi e detassazioni. E infine bisogna essere consapevoli che interventi di carattere straordinario (la famosa “patrimoniale”) che pure della situazione che si è creata non sono da escludere, avrebbero una utilità solo dopo che fosse stata raggiunto stabilmente il pareggio di bilancio per accelerare la convergenza del debito pubblico; e non possono essere presentate come strumento utile per il risanamento.

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