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Sempre meno enti locali sforano il patto di stabilità

ROMA – Il tanto vituperato patto di stabilità si scopre forse a sorpresa rispettato. A dirlo sono i numeri forniti dal presidente della commissione tecnica paritetica per il federalismo (Copaff), Luca Antonini, e depositati ieri in bicamerale in allegato al testo dell’audizione di una settimana fa sul decreto con premi e sanzioni: i Comuni incapaci di restare nei parametri sono passati dai 272 del 2007 ai 46 del 2010; le Province da nove a una; l’ammontare dello sforamento complessivo è sceso a un terzo di quello originale. Cifre doppiamente attuali in una fase in cui, da un lato, il Governo si prepara a chiedere con la manovra un nuovo contributo al comparto delle autonomie (si veda altro articolo a pagina 8) mentre, dall’altro, il Parlamento sta esaminando il Dlgs che allenta i vincoli per gli enti virtuosi e li aggrava per quelli inadempienti. Chissà fino a che punto per la linea del rigore imposta dal ministro Tremonti oppure per la dimestichezza crescente a fare le nozze con i fichi secchi, fatto sta che gli amministratori locali sembrano aver preso ormai le misure al patto di stabilità. Tra i dati resi noti da Antonini ce n’è uno che più degli altri lo conferma: la differenza tra obiettivi programmati e risultati ottenuti dalle realtà non in regola è passata dai 223 milioni del 2008 ai 71,5 milioni del 2010. Discorso analogo per l’andamento del “rosso” medio: ogni città inadempiente tre anni fa doveva allo Stato 2,5 milioni, oggi ne deve 1,5. Questi risultati, visti dalla parte di chi deve far quadrare i conti dell’ente, si spiegano soprattutto con l’affinamento delle tecniche di programmazione dei bilanci e con la consapevolezza che, per non sforare, a giugno bisogna stoppare i pagamenti. Con l’effetto collaterale più volte denunciato da Anci e Upi di bloccare gli investimenti, impedire l’apertura dei cantieri e rendere la vita dura alle imprese. L’audizione del presidente della Copaff fornisce un altro spunto di discussione: dal ’90 a oggi sono 448 gli enti che hanno deliberato il dissesto finanziario. Solo in 36 però l’hanno fatto nell’ultimo decennio. Un drastico ridimensionamento che per Antonini si spiega soprattutto con l’impossibilità per i sindaci di accedere dal 2002 in poi ai ripiani statali previsti fino ad allora per i default. Anche per evitare situazioni del genere, spiega il tecnico dell’Esecutivo, l’articolo del 5 del Dlgs all’esame della bicamerale sancisce il «fallimento politico» e l’ineleggibilità per i sindaci e i presidenti di Provincia che per «dolo o colpa grave» portino l’ente al dissesto. Nella stessa direzione va il successivo articolo 6 del testo che prevede lo scioglimento del consiglio comunale a opera del prefetto in presenza di gestioni “allegre” certificate dalle sezioni regionali della Corte dei conti. Ma il presidente della Copaff sta pensando all’introduzione una fase «cuscinetto» anteriore allo scioglimento e basata sull’elaborazione di un piano di rientro tipo quello sanitario. Ma il giro di vite così come configurato dal decreto attuativo continua a non andare bene alle autonomie locali. Che intervenute ieri in audizione hanno ribadito – oltre alle perplessità sullo stato di attuazione dell’intera legge delega – la loro contrarietà su premi e sanzioni, la stessa che il 18 maggio scorso ha prodotto la mancata intesa in Conferenza unificata. Il coordinatore degli assessori al Bilancio dell’Upi, Antonio Rosati, ha definito «giusto e doveroso verificare l’azione degli amministratori, ma questo non può tradursi nella definizione di misure demagogiche e al limite del ridicolo». Laddove il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, ha denunciato «gravi profili di incostituzionalità» nella possibilità di rimuovere governatori e amministratori in default. Il vicepresidente Anci, Graziano Delrio, ha chiesto infine di abolire «tutti i riferimenti propagandistici del testo, come quello relativo al fallimento politico degli amministratori».

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