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Sei mesi di «tregua» per avviare la differenziata

«La questione dei rifiuti a Napoli e in Campania è un concentrato di tutte le crisi del nostro Paese: crisi culturale, crisi politica, amministrativa, economica, occupazionale, ambientale, urbana, sanitaria, securitaria. Insomma, una bancarotta della democrazia». Mentre un oceano di monnezza in continua metamorfosi (molecolare, tritovagliata, impacchettata, parcellizzata, nebulizzata, frantumata, spiaccicata) sommerge di nuovo Napoli, converrebbe non dimenticare queste poche parole vergate dal ricercatore Guido Viale nel lontano maggio del 2007. Un anno prima, cioè, di quella rovinosa catastrofe ambientale dalla quale nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 Silvio Berlusconi ricavò un vantaggio elettorale pari a un punto percentuale per ogni metro di monnezza che si accumulava per le strade di Napoli. Un successo che solo qualche anno dopo gli si è ritorto contro con la medesima intensità, deprivandolo, voto dopo voto, di un vantaggio scritto su un elemento friabile, molle e in continua decomposizione. I rifiuti napoletani sono una sorta di summa politologica e sociale della città: da Achille Lauro a Luigi de Magistris, passando per Antonio Gava e Antonio Bassolino. Una stratificazione geologica di monnezza, un’economia informale e paracriminale che ha assicurato lavoro e potere a intere generazioni di famiglie politiche. I Cigliano ne sono la prova vivente. Il padre, Antonio, assessore socialista all’Igiene Urbana di Napoli nei primi anni Novanta; i due figli, inquisiti dai magistrati, entrambi dipendenti di una società di raccolta privata dei rifiuti, uno dei due addirittura nel doppio ruolo di consigliere provinciale che avrebbe incassato i consensi politici di questa impresa-alleanza familiare. La domanda di fondo alla quale diciassette anni di gestione straordinaria dei rifiuti non sono stati in grado di rispondere è la seguente: raccolta differenziata spinta, come accade in tutte le altre città del Nord, o un ciclo dei rifiuti fondato sui termovalorizzatori? Napoli, almeno fino all’irruzione di de Magistris a Palazzo San Giacomo, aveva deciso di adottare il secondo sistema. Ma è stata una scelta contraddittoria e costellata di incidenti, una scelta alla quale non hanno creduto fino in fondo neppure quelli che la propugnavano: Berlusconi, Bertolaso, Cosentino e il presidente della Provincia Luigi Cesaro. Due anni inutilmente persi solo per pubblicare un bando di gara ed espropriare l’area industriale dove dovrebbe sorgere (o avrebbe dovuto sorgere, visto che de Magistris ha cassato con una delibera la decisione della Regione) l’inceneritore di Napoli Est. Per metà di quei due anni, peraltro, tutti i poteri furono concentrati nelle mani di un solo uomo, il sottosegretario Guido Bertolaso. De Magistris, che sulla monnezza ha vinto le elezioni comunali, ha azzerato nel giro di una settimana una melina che andava in scena da troppo tempo. Ha ripudiato l’uso dei poteri emergenziali e sta cercando di mettere in moto un processo di trasferimento dei rifiuti nelle discariche fuori regione. Ovvio che sia necessaria una tregua di almeno tre o quattro mesi, il tempo minimo indispensabile per raddoppiare la raccolta differenziata, che già in settembre dovrebbe coinvolgere 325mila napoletani invece degli attuali 125mila. Intanto, l’assessore all’Igiene urbana e all’Ambiente Tommaso Sodano, organizza due siti di trasferenza, tre impianti di compostaggio (Napoli, finora, nonostante 17 anni di reggenza del commissariato straordinario, non dispone di impianto per il trattamento della frazione organica), 13 isole mobili per la differenziata e due centri di trattamento meccanico manuale dei rifiuti sul modello di Vedelago, in provincia di Treviso. Comunque la si pensi, per Napoli e i napoletani, insultati, vilipesi, oltraggiati come se fossero gli ultimi cittadini del pianeta, si tratta di una rivoluzione. Una rivoluzione pacifica e dal basso alla quale ogni singolo cittadino dovrà dare il suo contributo. Non saranno scelte indolori. Ci sono quartieri ad alta presenza di camorra (la Sanità, San Giovanni a Teduccio, Scampia, Forcella), solo per citarne alcuni, nei quali gli uomini dell’Asìa che cercavano di deporre i bidoni per testare la differenziata sono stati prima insultati e poi cacciati a male parole. Le vedette delle cosche, che controllano quei quartieri, non accettano l’andirivieni degli addetti alla municipalizzata che intralcerebbero i loro traffici. Conclusione: servono almeno sei mesi per capire se la differenziata attecchirà nella città più densamente popolata e anarchica d’Europa. Sei mesi di temperature calde e polemiche altissime, sei mesi che equivalgono all’ultima chiamata per far tornare la terza città italiana e la prima del Mezzogiorno nel ruolo, che dovrebbe spettarle di diritto, di grande metropoli europea.

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