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Secessione? Tosi se ne fa un baffo

Gian Paolo Gobbo è pronto con i gazebo: in Veneto, dice, non ci vuol niente a organizzare un referendum sulla Secessione evocata da Umberto Bossi, domenica scorsa a Venezia. Separararsi da Roma per non separarsi in casa: la mossa del Senatur e del suo Cerchio magico, col sostegno esterno ma convinto del ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, è il tentativo della Lega di governo di arginare quella di lotta, di Roberto Maroni, dei suoi sindaci più in vista, Flavio Tosi e Attilio Fontana, ma soprattutto dei tre quarti dei gruppi parlamentari padani, che rispondono ormai per niente a Marco Reguzzoni, alla camera, e a Renato Bricolo, al senato. «Abbiamo uomini e mezzi per fare il referendum», strilla appunto il sindaco di Treviso e segretario «nazionale» veneto Gobbo. E subito i bossiani della regione si sono fatti vivi, a rialzare la bandiera del «via da Roma». Francesca Martini, biondissima 50enne veronese, sottosegretaria alla Sanità, bossiana ortodossa anche se è in casa di Tosi, il suo assenso l’ha dato appena scesa dal palco veneziano dove era molto vicina al Capo: «La secessione non è un tema utopistico né tanto meno assurdo o irrealizzabile», ha detto al Corriere Veneto. E il ras dell’antitosismo veronese, il deputato Alessandro Montagnoli, un tempo come Bricolo già in scia dell’ascendente sindaco scaligero, s’è affrettato anche lui a timbrare il cartellino secessionista: «O si convincono tutti che qui bisogna cambiare, oppure non vedo alternativa», ha dichiarato, recitando l’articolo 1 dello statuto leghista, quello che parla di indipendenza della Padania. Ma a gettare acqua abbondante sui bollenti spiriti secessionisti, tirandola su a secchiate dall’Adige, sono proprio i colonnelli veronesi di Tosi, ovvero quelli che appoggiano chi, per la sua costante critica al governo di Silvio Berlusconi, rischia di essere deferito ai probiviri del partito. Come il vicepresidente provinciale Fabio Venturi, che giudica il distacco chirurgico del Nord da Roma come «impraticabile» e che, invece, difende il federalismo come «strada praticabile e anzi accelerabile». Posizione cui fa eco Paolo Paternoster, segretario leghista veronese, che rivela come, parlando con la gente, «siano militanti o semplici elettori», si capisca che la secessione «quale atto rivoluzionario, in questo momento non sia attuabile». Antisecessionista ovviamente anche Tosi, che sul temone riagitato dal nucleo duro bossiano si è permesso di non stare neppure a chiosare, ribadendo invece il suo duro giudizio sul premier, “ciclo finito”, con quella ostentata libertà di giudizio che manda in bestia il suo rivale veneto, Gobbo, ma che gli è costata a Venezia, la dura reprimenda di Calderoli dal palco. Cui Tosi (insieme a Fontana), ha risposto salendoci, solo quando il ministro bergamasco ne era sceso. Tosi che abbassa il profilo un po’ come il suo riferimento Maroni, sottrattosi domencia all’embrassons-nous della base per spegnere l’applausometro e che, come il ministro, ostenta sicurezza. Al punto di permettersi di mandare messaggi sul voto di giovedì alla camera, quando l’aula dovrà confermare il diniego opposto dalla commissione per le autorizzazioni a procedere all’arresto del deputato pidiellino Marco Milanese, braccio destro di Giulio Tremonti. Un caso su cui la Lega si è già pronunciata, votando contro. «Se fossi in parlamento», ha detto Tosi con grande non chalance, «mi troverei in difficoltà a votare contro». Successe così con Alfonso Papa, deputato pidiellino. L’iniziale no del Carroccio, fu trasformato, dai gruppi parlamentari, in «voto secondo coscienza», e il deputato finì dritto nel carcere di Poggioreale. Chissà che su Milanese, oltre alle anime garantiste e giustizialiste dei lumbard, non finiscano per pesare altre, e meno filosofiche, divisioni.

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