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Secessione, attenzione al peso delle parole

La secessione padana? La Lega l’agita come i Legionari romani percuotevano gli scudi. La Lega non è altrettanto composta, ma i suoi nemici si mostrano più suggestionabili delle orde domate dai Legionari. Nel 1997, un generale disse che la Lega avrebbe scatenato la piazza e 400mila agenti di polizia non bastavano per fronteggiarla. Passati tredici anni, le polizie sono raddoppiate, la democrazia si è ammalata e la Lega tutt’al più deborda con Va’ pensiero e tifo calcistico. Eppure le manovre finanziarie di Tremonti echeggiano timori inconfessati: «Fate così, sennò quelli se ne vanno». A chi giova? Uno stato “Padania” avrebbe più dignità europea di quanto se ne accrediti a Malta o alla Turchia. La secessione insomma è tecnicamente possibile, tuttavia non basta. «Gli stati nascono e muoiono con la guerra» scrisse Charles De Gaulle, anche se la Slovacchia si è staccata dalla Cechia senza traumi. Nel caso d’una nascente Padania vi sono dieci punti, ben noti ai leader padani, su cui riflettere. Primo. La guerra la comincia chi deve ma la vince chi può e sa vincerla. Una secessione è una guerra che può assumere vari gradi di intensità. Secondo. L’ottimo ministro dell’interno Roberto Maroni sta varando decreti per disarmare i cittadini. Se questo fosse in vista d’impedire scontri armati, sarebbe inutile, come vedremo. Terzo. La fine dell’autorità italiana sulla Padania scatenerebbe appetiti oggi dissimulati, tanto per fare degli esempi, da Francia, Gran Bretagna e Germania. La piccola Padania potrebbe resistere? L’Italia a mala pena argina il dilagare dei supermercati francesi Carrefour e Auchan. Quarto. Il Settentrione è invaso di maschi mussulmani con tre caratteristiche: giovane età, forte motivazione religiosa, profonda solidarietà etnica; attagliati a combattere per una causa comune. Quinto. Se questa è un’invasione, come dichiara la Lega, i depositi clandestini di armi sono plausibili. I decreti Maroni disarmeranno i buoni borghesi italiani, non i mussulmani. Sesto. La fine delle Brigate Rosse non comportò né la confessione dei delitti né tanto meno la consegna delle tonnellate di armi fornite da palestinesi, siriani, libici, irlandesi, tedeschi, sovietici. Settimo. Almeno un terzo della popolazione della Padania è di origine meridionale. La secessione riaprirebbe ferite risorgimentali non ancora cicatrizzate. Ottavo. Un rivoluzionario di professione scatena la violenza per asservirla al suo fine politico. Nono. Gli otto precedenti elementi catalizzano l’alleanza fra eversione marx-leninista e mussulmana, com’è del resto teorizzato nei documenti delle nuove Br, senza escludere i profittatori europei. Decimo. La secessione muterebbe il Settentrione in un orrido scenario balcanico e darebbe agio a costituire a Sud un’altra repubblica democratica. «Meglio primi in Gallia che secondi a Roma» lo disse Cesare e lo impararono i marxisti. Il separatismo vagheggiato a Nord, è bene ricordarlo, non per caso rinacque in Sicilia nel 1992 e i mafiosi l’antimafia li lasciò in pace per mezzo secolo, come capiamo in questi giorni. Conclusione. Chi conosce il Settentrione, sa che di secessione non si parla nemmeno nelle osterie dopo due litri di vino. Siccome di matti comunque ce ne sono sempre in giro, non si può però escludere che qualcuno finisca per essere utile idiota di chi alla secessione, ma a quella meridionale, vuole arrivarci dando la responsabilità politica alla Lega. Se ciò avvenisse, come in tutte le rivoluzioni, quelli che cominceranno saranno sterminati dai professionisti della violenza, che, di certo, non sono i borghesi padani tutti casa, famiglia e lavoro. La secessione leghista è un bluff, lo sanno anche i padani. Questo tuttavia non significa che si debba ignorare quella proposta riformatrice, né che si debba sbracare di fronte a essa. L’esasperazione, da ovunque provenga, è sempre pericolosa.

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