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Se non bastano le spalle al muro

A volte, ritornano: l’incubo di non farcela, il “vincolo esterno” giocato come carta interna per costringere i riottosi a comportamenti virtuosi, l’affannata rincorsa dell’ultimo accordo all’ultimo minuto utile. L’Italia è con le spalle al muro. La settima economia del mondo e terza d’Europa, di cui è Paese fondatore, ha una sola via d’uscita per salvare se stessa e, in definitiva, l’Europa dell’euro. Deve, nell’arco di poche ore, mettere sul piatto non una promessa o un generico impegno politico ma una lista di provvedimenti convincenti che la sottraggano al rischio di un fallimento storico che avrebbe conseguenze incalcolabili per tutti. Non siamo all’ultima chiamata. Come dimostra il nulla di fatto certificato ieri sera dal Consiglio dei ministri straordinario, siamo oltre, ai titoli di coda dell’impressionante film andato in onda da luglio (al tempo del primo decreto anticrisi, rivelatosi subito insufficiente) fino a ieri. Spetta al Governo, e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in prima battuta, avanzare una proposta o ammettere, in tutta trasparenza, che non può andare avanti. Delle due l’una, entro oggi. Che cosa ci sia da fare per presentarsi domani a Bruxelles non diciamo con un jolly ma almeno con una carta appena decente lo sanno ormai anche i muri, visto che questo Paese non cresce da anni. Bisogna stringere i cordoni della borsa pubblica e insieme accendere la miccia della ripresa. A luglio il Sole 24 Ore, il giorno dopo il varo della prima manovra, presentò un manifesto articolato su nove punti che contribuì ad avviare una discussione molto seria a partire dai temi delle pensioni, delle liberalizzazioni, delle dismissioni. Sono seguite le iniziative delle parti sociali, è giunta poi a Roma la lettera della Banca centrale europea che chiedeva l’anticipo al 2013 del pareggio di bilancio, si è fatto sempre più forte il pressing europeo. Fatto è che la posizione dell’Italia sui mercati, anziché rafforzarsi, si è progressivamente indebolita, tra manovre scritte e riscritte, ipotesi di condoni (ieri ne sono spuntati dodici, poi smentiti) e patrimoniali, un contrasto e l’altro fra Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, tra un “no” della Lega a qualsiasi intervento sulle pensioni e un ripescaggio in extremis della fiducia in Parlamento, tra un’opposizione fuori dall’aula parlamentare e una lite al suo interno sulla lettera della Bce. Domenica scorsa, l’incredibile siparietto Merkel-Sarkozy – sbagliato, irrispettoso e strumentale che sia, visti i problemi dei sistemi bancari dell’asse franco-tedesco – ha messo però a nudo la debolezza dell’Italia, a corto di rassicurazioni fattuali sia dal lato dell’abbattimento del debito pubblico sia da quello della spinta alla crescita. Debolezza che si è specchiata, nemmeno ventiquattr’ore dopo, in un Consiglio dei ministri dove Umberto Bossi ha ribadito il suo “no” su ogni ipotesi di riforma delle pensioni, facendo correre alla memoria l’analoga manovra che nel 1994 segnò la fine anticipatissima del primo governo Berlusconi. Il “vincolo esterno” inteso come investimento in credibilità dal quale non si può deflettere, tante volte rivelatosi vincente nella storia italiana (adesione allo Sme, Trattato di Maastricht, adesione all’euro), almeno ieri non ha dunque funzionato. L’Italia è con le spalle al muro. E si tratta “ad oltranza”, come sempre. Ma su che cosa? Sulla constatazione che negli ultimi venti anni quasi quattro milioni di italiani sono andati in pensione poco più che cinquantenni? Che paghiamo circa 9 miliardi l’anno per le pensioni erogate a persone che hanno meno di cinquant’anni? Che l’invecchiamento della popolazione continua a fronte di un tasso miserrimo di fecondità? C’è ancora qualche dubbio sul fatto che bisogna fare le liberalizzazioni e ridurre a colpi di dismissioni il perimetro centrale e periferico dello Stato abbassando, e non alzando, la pressione fiscale? Se siamo ancora questo punto è davvero acrobatico pensare che domani Berlusconi potrà presentarsi in Europa avendo in tasca una proposta credibile. E farebbe l’ultimo degli errori cercando di convincere gli “amici” europei con una pioggia di promesse differite nel tempo in attesa di tornare a Roma per strappare un “ni” della Lega o di qualcun altro. Nel caso, meglio, molto meglio dire le cose come stanno nella realtà assumendosi tutte le responsabilità che gli competono.

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