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Se la città è fatta di recinti

Spero sia cosa ovvia affermare che la pratica di chiudere qualche gruppo sociale entro un recinto di muri sia la rappresentazione simbolica della paura delle comunità altre e del suo fantasmatico antidoto, cioè la sicurezza soggettiva o di una comunità in cui si pensa di riconoscersi. Non si può dire certo che manchino anche nella storia antica del nostro pianeta esempi della questione, anche se gli esempi dei nostri anni hanno allargato notevolmente le antiche motivazioni di difesa militare della costruzione delle mura della città, e della loro coincidenza con il limite città- campagna che ne definiva l’insediamento. Il borgo medioevale era sovente un luogo specializzato ma al servizio della città; persino la specializzazione funzionale degli insediamenti predicata dalla Carta d’Atene negli anni 30 del ventesimo secolo si presentava come un modo di essere della organizzazione della città senza recinti murati. Ma gli esempi di oggi, con giustificazioni diverse, investono l’intero pianeta in modi nuovi: motivazioni di contese territoriali, motivazioni religiose, razziali, di censo, di protezionismo economico, ma anche di difesa di privilegi o di vere o supposte identità comunitarie, di cultura, di lingua, etc etc. Si va dai muri che dividono palestinesi ed israeliani (muri dimentichi delle terribili tradizioni dei ghetti ebraici) sino a quelli frammentari che chiudono nei paesi d’Europa gli immigrati clandestini. Sono anche ben noti i recinti controllati che definiscono negli Stati Uniti (ma anche in alcuni paesi sudamericani) gli insediamenti per ricchi, a partire ad esempio da Lewittown sino ai numerosi casi californiani: per scendere alle nostre provinciali imitazioni come «Milano Due». Una delle motivazioni (o se si vuole delle coperture ideologiche) più diffuse è quella del «controllo urbano» nella prospettiva del suo indispensabile funzionamento nei confronti degli spostamenti di popolazione (più o meno clandestina) nei paesi più ricchi dai paesi più poveri; l’altra quella del-l’immigrazione della manodopera dalla campagna alla città, con le diverse motivazioni relative. Di recente sono emersi a questo proposito i provvedimenti presi in alcune grandi città cinesi per regolare gli insediamenti di periferia, conseguenti al fenomeno dell’inurba-mento delle campagne, con la costruzione di insediamenti definiti da muri e cancellate sorvegliate, da cui si entra o si esce mostrando un documento, recinti che circondano interi quartieri come quello di Daxing alla periferia di Pechino. È pur vero che in Cina la tradizione del recinto sorvegliato èmolto antica anche se è oggi rotolata dall’antica «città proibita» sino all’isolato con ingressi sorvegliati, un principio fatale al destino dei nuovi insediamenti cinesi. Sono tutti segnali che la relazione tra città e cittadini si è fatta sempre più instabile e provvisoria. La città più che accogliere seleziona, produce scarti sotto forma di quantità crescente di immondizie ma anche di esuberi umani che il potere tenta di contenere in recinti. Il recinto, lo spazio sorvegliato (ricchissimo o poverissimo) è quindi un’idea che va molto di al di là del tema della sicurezza, è il principio di una concezione della stessa città come somma di «accampamenti» reciprocamente impermeabili. Ciascuno provvede alle proprie necessità primarie e forse, in futuro, oltre che ad una propria polizia, ad una propria giustizia. Ciascuno è visto come nemico del gruppo opposto. Scrivo di «accampamenti» perché essi, nella mobilità socio-finanziaria dei nostri anni, sono aree che negano qualsiasi possibilità di stratificazione storica, non si propongono come luoghi componenti di un insieme urbano riconoscibile. Proprio a partire dal suo isolamento e dalla sua autonomia relativa l’accampa-mento (anche multipiano ed esteticamente decorato) è nel suo insieme pronto ad essere sostituito tra un trentennio da qualcosa d’altro, più redditizio o meglio localizzato; non fonda cioè in alcun modo l’idea di contesto civile, non conta come tessuto urbano consolidato, non contiene funzioni aperte e necessarie al resto della città; le sue variazioni interne sono solo provvisoriamente estetiche o duramente connesse alla pura sopravvivenza. Ancora una volta, quindi, neofunzionalismo immobiliare, riduzione delle parti urbane a gettoni da giocare al momento giusto in funzione speculativa. Contro, un’im-magine della città come luogo del mutamento, della mescolanza, della possibilità, della libertà come progetto aperto di relazioni urbane, ci si muove in direzione opposta della postmetropoli senza forma.

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