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Se il peso fiscale è necessario per i nostri figli

Il dibattito sulla manovra finanziaria appare surreale. La presunta necessità di abbassare il carico fiscale si scontra con il vincolo europeo e gli impegni presi con la Comunità europea e approvati in Parlamento il 5 maggio. Una significativa riduzione del carico fiscale è impossibile, demagogica e dannosa per tutti. Il carico fiscale italiano è costituito per due terzi da imposte dirette e indirette e per un terzo circa da contributi sociali e “altre entrate”. Il totale degli introiti è stimabile nel 2011 in 755 miliardi. Nei primi quattro mesi dell’anno si è consuntivato un aumento del 5,7%, ben più di quanto previsto e ripartito in modo omogeneo tra imposte dirette e indirette. Pare che la lotta all’evasione diffusa e di “piccolo calibro” abbia successo. La pressione fiscale è crescente solo sull’economia sommersa e stabile sull’economia “ufficale”. Le ipotesi di rimodulazione del carico dalle persone e dalle aziende alle imposte indirette sono condivisibili; si dovrebbe iniziare ad alleggerire l’Irap. Qualsiasi rimodulazione deve però garantire costanza di gettito, operazione non banale in un contesto di evasione. La riduzione anche drastica delle agevolazioni fiscali sembra strada più promettente sul fronte dell’incremento di entrate rispetto all’incremento di aliquote Iva. Per le spese nel 2011 il dato realistico sarà di 803 miliardi. La maggior parte riguarda pensioni (245 miliardi) e stipendi statali (171). Su entrambi i fronti è stato compiuto un lavoro egregio; nei prossimi anni il tasso di crescita sarà di molto inferiore a quello delle entrate. Molto difficile socialmente (anche se possibile in termini di efficienza) tagliare ancora. Si può invece incidere sugli acquisti della Pa (137 miliardi) e sulla spesa sanitaria (115): i costi standard e l’accentramento degli acquisti in prezzo, ma soprattutto la standardizzazione degli acquisti in quantità, sono mezzi accurati per ridurre i costi. Si può ambire per un paio di anni a tenere costanti (e quindi ridurre in termini reali del 2% all’anno) queste voci. Residuano unicamente gli interessi passivi: il fardello pesantissimo che ci ha lasciato la Prima Repubblica, facendo raddoppiare – nel decennio 1982-1992 – il debito pubblico dal 60% al 120% del Pil. Quest’anno, quindi, il deficit potrebbe essere non di 62 miliardi (il 3,9% del Pil), ma “solo” di 52 (il 3,2%), se si mantengono pressione e rigore nelle entrate e nelle spese. Fare di più nel 2011 e 2012 sarebbe inopportuno e inutile. E se l’obiettivo di deficit non venisse rispettato? L’indicatore internazionale per la credibilità fiscale di un Paese è lo spread con i bund: 15% circa in Grecia, 9% in Irlanda e Portogallo, 3% circa in Spagna. In Italia in cinque giorni di dibattito il differenziale è schizzato ai massimi storici: da 175 a 225 punti base, un incremento costosissimo. Lo 0,5% del debito pubblico (circa 1.900 miliardi) corrisponde a una “tassa” esplicita di 9,5 miliardi l’anno, 38 miliardi in quattro anni: quasi l’intera manovra. Il dibattito in corso ne ha potenzialmente raddoppiato il costo: va addebitato a quei politici che inseguono il sogno della riduzione delle imposte per imbonire gli elettori. La tassa non è immediata (duration e scadenza del debito sono state molto ben gestite), ma è certa e duratura nel medio termine. Non basta. L’incremento del differenziale BTp-Bund rappresenta un incremento del costo del funding per tutte le nostre banche costrette a finanziarsi proprio a valle della credibilità finanziaria dello Stato italiano. Il peggioramento del differenziale verrà scaricato dalle banche su imprese e cittadini. Lo 0,5% circa su un volume di provvista pari al 30% degli impieghi bancari in essere costerà ulteriori 1-1,5 miliardi l’anno alle imprese. A differenza del costo sul debito pubblico, è immediato. Lo stiamo già pagando con minori esportazioni, minore lavoro, minore crescita. Portare a zero il deficit dello Stato al 2014 e il debito pubblico al 95% del Pil entro il 2020 è fattibile. In 10 anni ripareremmo al torto generazionale lasciato dagli anni 80 e potremmo essere orgogliosi di avere sostenuto un carico fiscale elevato per mettere il Paese di nuovo in condizione di crescere. Dobbiamo farlo per i nostri figli. Ridurre le tasse per rilanciare lo sviluppo? No, grazie. Non adesso. Lo sviluppo viene dall’innovazione, dalle liberalizzazioni, dall’iniziativa imprenditoriale diffusa privata, non dal taglio fiscale. Non dirlo è irresponsabile e fastidiosamente demagogico.

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