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Sconti in tre tappe ai Comuni virtuosi

MILANO – Un mini-sconto, possibile ma non certo, da 200 milioni nel 2012, l’esclusione dai tagli a trasferimenti e fondo di riequilibrio a partire dal 2013 e, solo per i migliori, l’uscita totale dal contributo alla finanza pubblica, sempre dal 2013. È il menu in tre tappe allestito dall’ultima bozza della manovra per gli enti locali «virtuosi», che accoglie in parte le richieste degli amministratori ma si inserisce in un quadro lontanissimo dalle speranze di un recupero generalizzato dei vecchi tagli. Le pagelle saranno fondate su nove indicatori: rispetto del patto negli ultimi tre anni, incidenza della spesa in conto capitale e di quella di personale, «situazione finanziaria» del-l’ente (da chiarire), spesa per auto blu, uffici di rappresentanza, autonomia finanziaria, tasso di copertura della spesa per mense, asili e altri servizi a domanda individuale e impegno dimostrato nella lotta all’evasione fiscale. Saranno questi parametri, almeno fino a quando l’entrata a regime del federalismo fiscale non ridisegnerà alle basi il patto di stabilità (si veda Il Sole 24 Ore del 28 giugno), a distinguere gli enti locali, a distinguere gli enti locali in quattro «classi di virtuosità». Ai bravissimi sarà riservato il trattamento migliore, fatto di esclusione sia dai tagli sia dal contributo aggiuntivo alla manovra, mentre a chi è solo bravo sarà chiesto di partecipare al risanamento della finanza pubblica ma senza le sforbiciate introdotte con la manovra 2010 ed estese dal provvedimento approvato ieri dal Consiglio dei ministri. La cura tradizionale, composta da tagli e richieste di miglioramento dei saldi, si concentrerà sugli enti delle ultime due «classi», anche se non è ancora precisato se i mediocri saranno trattati meglio dei peggiori. Il doppio binario della finanza locale, insomma, debutta ufficialmente, anche se sarà un decreto dell’Economia a mettere in classifica le gestioni dei sindaci. L’identikit del «virtuoso» disegnato dai parametri è quello di un ente che preme sugli investimenti, ha pochi dipendenti e un basso livello di spesa per stipendi, e grazie all’alto tasso di entrate proprie (autonomia finanziaria) riesce a coprire i costi dei servizi. Questo, almeno, nelle intenzioni, anche se è facile prevedere che sui parametri si apriranno discussioni accese. Alcuni, come la «situazione finanziaria», hanno un bisogno oggettivo di essere meglio definiti, anche se è probabile che la lente punterà soprattutto sull’equilibrio fra entrate e uscite correnti, senza il ricorso a entrate straordinarie (oneri di urbanizzazione e dismissioni) e alle anticipazioni di cassa per far quadrare i conti. Altri, invece, rischiano qualche effetto collaterale nell’applicazione ai singoli casi concreti: il parametro sul personale, per esempio, si intreccia con il problema consueto delle esternalizzazioni, perché favorisce chi porta fuori dal perimetro del Comune servizi labour intensive (lo stesso nodo riguarda i tetti alla spesa di personale fissati nel 2010). Il tasso di autonomia finanziaria, poi, cresce anche aumentando le aliquote dei tributi locali, mentre la spesa in conto capitale può crescere in termini di impegni ma, soprattutto con i vincoli attuali, rischia spesso di non tradursi in pagamenti effettivi.

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