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Scelta corretta se il criterio premia i migliori

Il «federalismo differenziato» è una buona idea, che finora è rimasta confinata nei dibattiti tra studiosi, senza trovare gambe politiche. Intendiamoci, utilizzando l’articolo 116 della Costituzione, alcune regioni del Centro Nord, con capofila la Lombardia, hanno chiesto da anni al Parlamento spazi di autonomia su funzioni quali la giustizia di pace, l’ambiente o i beni culturali. Tutte cose importanti, per carità. Ma si tratta di funzioni marginali, certo non in grado di rispondere alle richieste di maggior autonomia che emergono da alcune parti del paese. Al contrario, il federalismo a velocità variabile dovrebbe diventare una strategia esplicita di attuazione dei nuovi rapporti finanziari tra governi previsti dalla riforma del Titolo V, introdotta nel 2001, ma mai realmente attuata. Non si tratta di costruire un paese arlecchino, ma di riconoscere le differenze esistenti e di perseguire il decentramento costituzionale in modo ordinato, cominciando dalle regioni che hanno già dato prova di buona capacità amministrativa, e estendendolo poi alle altre via via che raggiungono livelli di efficienza adeguati. La legge delega sul federalismo fiscale non introduce nell’immediato nuove competenze per le regioni, ma prepara la strada perché siano loro attribuite. In particolare sulla scuola, dove una sentenza della Corte Costituzionale del 2004 impone il passaggio dei docenti alle regioni, e sulla finanza locale, con la previsione che i trasferimenti agli enti locali passino per i bilanci regionali. È davvero pensabile che funzioni di tale rilievo passino simultaneamente a tutte le regioni, comprese quelle oggi commissariate per i disavanzi sanitari? Non sarebbe logico condizionarne il trasferimento alla dimostrazione di una raggiunta capacità gestionale sulle funzioni già attribuite, sia sul piano finanziario che di qualità nell’offerta dei servizi? Non solo non si tratterebbe di un’azione penalizzante nei confronti di alcune regioni, ma offrirebbe a queste un potente incentivo per migliorare. Si potrebbe immaginare che il trasferimento di funzioni sia reversibile; più in generale, ci si dovrebbe abituare all’idea che l’autonomia per gli enti locali non sia data per sempre. Può essere revocata, se i comportamenti, a cominciare da quelli finanziari non sono in linea con gli impegni assunti, un elemento già presente negli attuali “patti per la salute”; o può essere aumentata, in presenza di comportamenti efficienti. Sembrano esserci poche alternative alle geometrie variabili, se il federalismo lo si vuol attuare sul serio. Il rischio vero del «tutti assieme appassionatamente» è che alla fine non si vada da nessuna parte. I decreti attuativi disegnano un’Italia di cui di decentramento fiscale c’è in realtà ben poco. Anche a regime, nel lontanissimo 2019, i pochi spazi di manovra dei governi locali rimangono rigidamente controllati dal centro. È una scelta pericolosa anche sul piano politico. Il federalismo della legge delega rischia di scontentare il Nord e spaventare il Sud, prefigurando una pericolosa frantumazione della rappresentanza politica per linee territoriali che potrebbe essere sancita già dalle prossime elezioni. È possibile che la sfiducia che i decreti rivelano verso le capacità di auto-governo nasconda una diffidenza solo nei confronti di alcuni enti. È anche possibile che questa sfiducia sia utilizzata ad arte come un pretesto per mantenere il controllo centrale su funzioni che dovrebbero essere locali. In entrambi i casi il federalismo a velocità variabile rappresenta l’unica strada per proseguire il decentramento, eliminando alibi e ambiguità.

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