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Sanità, è guerra agli sprechi

L’obiettivo della riforma sarà incrementare l’autonomia finanziaria delle regioni al fine di razionalizzare la struttura della finanza pubblica italiana e renderla più vicina ai cittadini. Già, ma come? Attraverso la responsabilizzazione degli amministratori locali che saranno chiamati a coprire le spese con risorse prelevate direttamente dal territorio, senza poter più contare sugli inefficienti meccanismi di finanza derivata, ancorati al criterio della spesa storica, pagata a piè di lista. Per la spesa sanitaria tuttavia c’è una certa continuità: la riforma conferma l’attuale sistema di governance tra Stato e regioni, da ultimo con il Patto per la salute per gli anni 2010-2012. Ma per il 2011 e il 2012 il fabbisogno sanitario nazionale standard corrisponde al livello di finanziamento già stabilito dalla normativa vigente. Le novità intervengono dal 2013: il fabbisogno verrà determinato annualmente «in coerenza e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica». Cosa significa? Si parte da tre regioni benchmark, cioè il cui rapporto costi/benefici deve essere preso ad esempio da tutte le altre. Sulla base del valore percentuale di fabbisogno di ciascuna regione, viene effettuato il riparto regionale del fabbisogno sanitario nazionale. Quindi le regioni più inefficienti riceveranno meno. Le regioni benchmark sono scelte tra le cinque, appositamente individuate dal governo, che hanno garantito i livelli di assistenza a costi ragionevoli e di efficienza. Vengono a tal fine confermati i livelli di assistenza (Lea) vigenti, tra i quali dovrà distribuirsi la spesa sanitaria secondo le seguenti percentuali (cui dovranno adeguarsi le singole regioni): 5% per l’assistenza sanitaria preventiva (ambiente di vita e di lavoro), 51% per l’assistenza distrettuale e 44% per quella ospedaliera. Per ognuno dei tre livelli si calcola il costo standard come media pro capite pesata (vale a dire corretta tenendo conto della composizione anagrafica della popolazione) del costo nelle regioni benchmark, costo che viene poi applicato alla popolazione (anche in tal caso «pesata») di ognuna delle regioni, ottenendo così il fabbisogno standard di ciascuna, mediante il quale, come detto, si ripartisce il fabbisogno nazionale. Alambicchi ministeriali.Quanto alle prestazioni (Lep), cioè la spesa che riguardano i settori della sanità, dell’assistenza, dell’istruzione e del trasporto pubblico locale (quest’ultimo limitatamente alle spese in conto capitale), siamo agli alambicchi ministeriali. La riforma fissa teoricamente le fonti di finanziamento delle spese a regime dal 2013: compartecipazione all’Iva, addizionale regionale Irpef, Irap, entrate proprie (principalmente i ticket) del settore sanitario e da quote del cosiddetto fondo perequativo. Quest’ultimo viene istituito dal 2013 in ciascuna regione, ed è basato sul gettito Iva, calcolata in modo da garantire l’integrale finanziamento delle spese. Come andrà a finire? Non si sa. Per ora a far battibeccare i governatori di Nord e Sud, anche dello stesso colore politico, è soprattutto il riparto del fondo sanitario 2011. Si tratta di 106,5 miliardi, che la proposta del governo assegna in base all’età della popolazione, a scapito delle regioni del mezzogiorno, che hanno una popolazione più giovane.

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