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Sanatoria sui giochi, solo 75 milioni su 600 Timori su Iva e Imu

ROMA – Era prevista un’entrata di 600 milioni di euro, ma in cassa, finora, sono arrivati appena 75 mila euro. Va bene che il termine ultimo per i versamenti scade il prossimo quindici ottobre e che i pesci grandi sono ancora alla finestra, ma la “definizione agevolata” dei reati erariali commessi da concessionari, operatori, gestori ed esercenti dei giochi del Monopolio, una sorta di sanatoria, rischia di rivelarsi un flop. Di aprire un altro buco nei conti pubblici, già al limite del 3% di deficit, e di rendere ancor più difficile l’allontanamento dell’Iva e della seconda rata dell’Imu.

La sanatoria sui giochi era prevista a copertura del decreto che aveva cancellato la prima rata, quella di giugno, dell’imposta sulla prima casa. Ma secondo la Corte dei Conti, ascoltata ieri in Parlamento, l’effettivo incasso dei 600 milioni di euro è in dubbio. Il governo si era già cautelato con una clausola di salvaguardia, inserita nello stesso decreto, che prevede l’aumento degli acconti Ires e Irap di novembre nel caso non fosse raggiunto quel gettito.

Dovesse scattare la clausola per blindare la copertura della prima rata Imu, e l’aumento degli acconti, verrebbe meno una delle armi che il Tesoro si riservava di utilizzare per far fronte al marginale scivolamento del deficit pubblico oltre la soglia del 3%, e alle restanti esigenze di quest’anno, cioè il finanziamento delle missioni di pace, e soprattutto il rinvio dell’aumento Iva e l’eventuale alleggerimento della seconda rata dell’Imu. Per rientrare nell’obiettivo di deficit concordato con la Ue serve una correzione di 1,6 miliardi di euro, mentre per le missioni di pace, da qui alla fine dell’anno, occorrono altri 400 milioni di euro. Questi primi interventi dovrebbero essere varati già venerdì prossimo dal Consiglio dei ministri, e finanziati attraverso tagli e rimodulazioni di spesa.

Nel decreto potrebbe esserci anche il rinvio dell’Iva per altri tre mesi, che costerebbe un miliardo di euro, ma tutto dipenderà dalle risorse disponibili. Spinto dalla maggioranza, per una volta concorde al suo interno, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni ha assicurato che farà ogni sforzo per scongiurare l’aumento dell’imposta sui consumi.

Un’operazione quasi disperata, anche perché i tagli alla spesa pubblica sono difficilissimi da concretizzare a due mesi dalla fine dell’anno, senza contare che le varie passate di spending review hanno reso più rigidi e meno aggredibili gli acquisti dello Stato per beni e servizi. E resa ancora più difficile dall’instabilità delle coperture di altri provvedimenti recenti, a cominciare proprio dai 600 milioni della prima rata Imu che mancherebbero all’appello.

In soccorso del Tesoro, e dell’obiettivo confermato dal governo di non sforare il deficit del 2013 costi quello che costi, c’è un altra clausola di salvaguardia che gli consentirebbe di rinviare al 2014 una parte dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese, almeno quelli in conto capitale. Altra possibilità già prevista è quella di un intervento sulle accise. Ammesso che queste strade siano percorribili, il gettito di tali misure basterebbe per puntellare i provvedimenti già presi, forse per coprire un pezzettino dell’Iva, ma non basterebbero certo per cancellare la seconda rata dell’Imu. Per quell’operazione tutti i fondi (2,4 miliardi) andranno trovati. Così come dovranno essere finanziati da nuovi interventi, interamente compensativi, il taglio del cuneo fiscale che il governo inserirà nella Legge di Stabilità del 2014 e la riforma dell’Imu e della Tares che scatterà dal primo gennaio dell’anno prossimo.

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