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Roma, il record delle addizionali “Siamo i più tartassati d’Italia”

Sarà pur vero che Roma è la città più bella d’Italia e che vivere in riva al Tevere non ha prezzo, però… Però basta fare un rapido calcolo degli aumenti sulle aliquote Irpef che, a partire dal primo gennaio, ciascuno di noi sarà costretto a sborsare per il solo fatto di calpestare il suolo della capitale ed ecco che ogni ipotetico beneficio svanisce. E sì perché i romani, a parità di reddito, pagheranno anche più del doppio delle addizionali locali rispetto a qualsiasi altro cittadino, stia a Brescia o Reggio Calabria, Bologna o Napoli. La colpa è del rincaro congiunto delle aliquote aggiuntive sia comunale (dall’attuale 0,5 allo 0,9) sia regionale (dall’1,4 all’1,7): entrambe imposte dal Tesoro per coprire i rispettivi piani di rientro, dai debiti del Campidoglio e da quelli della sanità laziale, per un maggior gettito complessivo pari a 308 milioni, di cui 176 al Comune e 132 alla Regione. L’unica differenza fra le due addizionali riguarda la tempistica del prelievo: quella regionale, che si paga a saldo dell’anno precedente, inciderà già sulla busta paga di gennaio, mentre la comunale comincerà a decorrere da marzo, quando i lavoratori dipendenti con nove rate pagheranno un anticipo del 30% e successivamente il saldo del restante 70% in dodici rate. Pesante l’incidenza sul reddito dei romani, che passerà dall’1,9% del 2010 al 2,6%. Un autentico salasso, come dimostrano le tabelle elaborate dalla Cisl cittadina. Se infatti finora un’insegnante che dichiara 25mila euro l’anno ha sborsato per le varie addizionali Irpef “solo” 475 euro, nel 2011 ne dovrà tirare fuori un terzo di più, 650; chi ne guadagna 40mila passerà da 760 euro a oltre mille; chi ne prende 70mila da 1.330 a 1.820. E così via salendo. «Cifre che fanno conquistare ai romani un ben triste primato», commenta il segretario cislino Mario Bertone, «quello dei contribuenti italiani più tartassati dal fisco». A rendere più amaro il quadro, è il confronto con la seconda città del Paese: Milano. Il differenziale negativo che emerge dalla simulazione del sindacato è pesantissimo. Due le ragioni: nel capoluogo lombardo l’ad-dizionale comunale non è applicata (è dunque pari a zero) mentre quella regionale funziona a scaglioni (con quote di prelievo più alte con il crescere del reddito). Risultato? I romani arriveranno a pagare per le aliquote locali fino a più del doppio rispetto ai milanesi, con percentuali di esazione maggiori se si sta nella zona medio-bassa della classifica dei redditi anziché in quella alta. È il caso di chi, per esempio, guadagna 20 mila euro l’anno: l’Irpef, all’ombra del Colosseo, costerà 520 euro, quasi tre volte tanto rispetto ai meneghini (198 euro); idem per chi dichiara 35mila euro: qui 910 euro, lì 460 (meno della metà). Ma basta dare un’occhiata alla “trattenuta” di chi percepisce 100mila euro l’anno per registrare, in percentuale, un sostanziale abbassamento del prelievo: nella capitale 2.600 euro, a Milano 2.204. «La prova evidente che “Roma ladrona” è una bufala colossale», chiosa Bertone. «Noi siamo “cornuti e mazziati”: paghiamo più tasse di tutti, in particolare i lavoratori dipendenti con ritenuta alla fonte, ma veniamo descritti come quelli che campano alle spalle dello Stato anche quando ne assolviamo i compiti, a partire dalla copertura delle spese per le funzioni della capitale che in tutti i paesi del mondo, tranne che da noi, spetta al governo centrale. Basta vedere quanti soldi dà Sarkozy all’Ile de France». Aumenti Irpef che, spiega il segretario della Cisl, aggiungono al danno per il portafogli anche la beffa perché «i servizi offerti dal Campidoglio e dalla Regione non sono all’altezza, per quantità e qualità, né di una grande capitale né dei sacrifici chiesti ai contribuenti». Ecco perché domani, al tavolo comunale sull’economia con le parti sociali, Bertone andrà giù duro: «Alemanno, per far quadrare i conti, ha fatto la cosa più semplice: mettere le mani nelle tasche dei lavoratori. Mentre se avesse avuto il coraggio di sfidare le lobby degli albergatori, dal contributo di soggiorno avrebbe potuto ottenere molto di più. È perciò arrivato il momento di dire basta, sia ben chiaro che non accetteremo altri aumenti di tasse e tariffe: i lavoratori – soprattutto quelli dipendenti – hanno già dato troppo ed è ora che qualcosa gli venga restituito».

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