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Rivedere Trattato di Lisbona, serve UE più solidale e coordinata

Una Unione Europea più dinamica, con i conti a posto e in grado di intervenire nelle crisi economico-finanziarie che da qualche tempo, e in questo ultimo periodo in particolare, stanno investendo con varie intensità i Paesi membri. Un’Europa che sia in grado di onorare quel modello di politica sociale che si è dato con Lisbona 2009, un modello che deve però essere ripensato alla luce appunto delle crisi in atto e nel quale abbiano pari cittadinanza due esigenze: quella di un bilancio comunitario in ordine ed equilibrato e quella di una disponibilità a sostenere finanziariamente chi fra i 27 dovesse venirsi a trovare in difficoltà.

Lo afferma il Ministro per le Politiche Europee, Anna Maria Bernini, che, in un’intervista all’Asca spiega, fra l’altro, il motivo per cui l’Italia, proprio per andare nella direzione di una Unione Europea in grado di essere per i paesi membri un punto di riferimento nei momenti di crisi, ha aderito a quel gruppo di Paesi (Austria, Germania, Finlandia, Francia, Olanda, Svezia e Gran Bretagna) che ha chiesto una riduzione delle spese previste nelle nuove prospettive economiche e finanziarie della UE per il periodo 2014-2020.

Perché l’Italia ha aderito alla richiesta a Bruxelles, portata avanti da sette Paesi membri tra cui Germania e Francia, di ridurre i costi del piano pluriennale di bilancio che si sta andando a discutere?
L’Unione Europea non deve solo badare a tenere saldi i propri conti, a tagliare la spesa ma impegnarsi anche a favorire la crescita e a seguire una adeguata politica sociale. Certo, considerando l’adesione dell’Italia all’iniziativa dei sette partner, non possiamo dimenticare che il nostro Paese è tra i maggiori contributori netti al bilancio dell’Unione. Anche noi quindi siamo a favore di una gestione oculata e attenta del bilancio europeo, ad un controllo della qualità della spesa. Ma mai come ora è importante che l’UE onori il proprio modello di politica sociale con l’obiettivo di sopportare i continui squilibri”.

Deve essere quindi questo l’approccio al negoziato sulle nuove prospettive economiche e finanziarie dell’UE per il periodo 2014-2020?
“E’ sulle due esigenze appena spiegate che si gioca il negoziato 2014-2020. Dobbiamo per esempio valorizzare un modello di sussidiarietà che responsabilizzi gli enti locali, che hanno fondi a disposizione e che li debbono spendere bene. Dobbiamo andare insomma verso una Europa sempre più solidale e coordinata. Ma questo lo potremo avere rivedendo il Trattato di Lisbona, non pensato per una Europa in tempo di crisi. Una crisi che consentirà però all’Unione Europea, ne sono sicura, di crescere”.

In questo quadro di crisi l’intervento sulle pensioni, da sempre, sembra rappresentare una delle vie di uscita dalle difficoltà. Quale significato dà quindi alla sollecitazione del presidente del Consiglio Berlusconi al presidente del Consiglio UE Van Rompuy perché sia l’Europa ad assumersi la responsabilità, in vece dei singoli Paesi, di un intervento sull’innalzamento dell’età pensionabile?
“L’Unione Europa ha una sua formula percentuale sull’età pensionabile. Un terreno evidentemente sensibile perché evoca una chiamata alla responabilità delle parti sociali. Poi non va ignorato che in Europa complessivamente, rispetto a noi, l’età del pensionamento è più elevata, con la Germania che forse detiene il record. E’ giusto quindi prevedere un adeguamento, anche perché in moltissimi paesi membri il modello pensionistico vede l’anzianità come una scelta che va sanzionata economicamente. Ecco, credo che Berlusconi – nella sua richiesta a Van Rompuy – abbia sollecitato da parte delle istituzioni europee una omogeneizzazione del welfare, del mercato del lavoro in modo da rendere tutto il settore più fluido e competitivo”.

Come giudica l’intervento del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che nel suo ‘appello’ dei giorni scorsi ha sostanzialemente criticato l’operato del governo, chiedendo un “vero cambiamento” nella gestione della crisi e l’immediata adozione di misure per la crescita?
“Noi ascoltiamo tutte le voci ma chiedo che ognuno faccia la sua parte. Ricordo che la crisi è mondiale e che l’UE ha messo a disposizione risorse economiche mentre sta studiando strumenti che possano aiutare a fronteggiarla, come gli eurobond. Però il disfattismo fa male al Paese e all’Unione Europea. La politica faccia la politica, l’economia faccia l’economia, le parti sociali facciano le parti sociali tenendo però presente che è tempo della responsabilità. In questo senso ho apprezzato molto l’appello del Capo dello Stato, che ha chiesto uno ‘sforzo comune’ per la ripresa. Un appello inserito in una cornice europea”.

Le polemiche nella maggioranza sull’operato del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, dalla gestione della crisi fino all’assenza in aula alla Camera per il voto sulla richiesta d’arresto per il suo ex collaboratore Marco Milanese, stanno montando sempre di più. Sui giornali e all’interno della coalizione. Qual è la sua posizione? 
“Bisogna fare attenzione ed evitare il corto circuito tra informazione e politica. La politica ha degli obblighi per permettere al Paese di essere performante. Tremonti ha un piglio efficiente, vigoroso, professionale riconosciuto in UE e non possiamo pensare che politica e informazione siano vasi comunicanti, pur nel rispetto della libertà di informazione. La politica deve andare avanti e dimostrare di operare per il bene del Paese”.

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