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Risorse agli enti per battere la crisi

Rivedere il patto di stabilità anche chiedendo aiuto all’Europa, sbloccare i residui passivi per liberare le risorse indispensabili a pagare appalti e forniture, aiutare le aziende estendendo la disciplina sul salvataggio delle imprese in crisi anche alle realtà produttive con meno di 50 dipendenti. Ma soprattutto ripristinare un’interlocuzione stabile con un governo che sia nel pieno delle proprie funzioni. Perché a breve i comuni dovranno chiudere i bilanci per il 2012 e se le cose non dovessero cambiare, sarà difficile, quasi impossibile, far quadrare i conti senza tagliare i servizi ai cittadini. È questa la ricetta anti-crisi di Graziano Delrio, da una settimana alla guida dell’Anci. Una ricetta che parte da una considerazione di buon senso. «Se si bloccano gli investimenti degli enti locali (che da soli valgono il 60% di quelli dell’intero paese ndr) è difficile creare le condizioni per ripianare il debito. I comuni vogliono contribuire alla ripresa e allo sviluppo», dice il sindaco di Reggio Emilia a ItaliaOggi. E non nasconde il proprio rammarico per l’assenza del governo che, ancora una volta, preso dalle proprie tensioni interne ha dimenticato gli impegni presi,

Domanda. Presidente, a causa delle fibrillazioni nel governo sono saltati i tavoli con le regioni sul trasporto locale e con i comuni su patto, costi della politica e riordino istituzionale. Da esponente del Pd questi segnali di debolezza dell’esecutivo dovrebbero farle piacere, ma cosa ne pensa invece il presidente dell’Anci?
Risposta. Rispondo da cittadino. E dico che da cittadino mi accontenterei di un governo con cui i miei rappresentanti possano interloquire. Il 2012 si avvicina, è già tempo di chiudere i bilanci, e l’anno prossimo il fondo per le politiche sociali sarà ridotto a zero, mentre le risorse per il trasporto locale saranno decurtate del 70%. Il rischio è di doversi confrontare con tensioni sociali altissime. Una su tutte, l’emergenza sfratti.

D. La priorità è ovviamente modificare il patto. Voi chiedete che si applichino gli stessi criteri della Germania (equilibrio di parte corrente e riduzione dello stock di debito) ma dal ministro Fitto la scorsa settimana è arrivato uno stop. Germania e Italia, ha detto il ministro, hanno un debito pubblico molto diverso. Rinuncerete a questa via di interlocuzione «europea»?
R. Assolutamente no. Il patto di stabilità è un contratto con l’Europa. E allora non si capisce perché se l’Ue condivide certe impostazioni in alcuni paesi membri non dovrebbe farlo anche in Italia. D. Cosa vi aspettate dal decreto sviluppo? R. Innanzitutto che non sia un provvedimento calato dall’alto, ma che ci sia un coinvolgimento di regioni, province e comuni prima dell’approvazione. È necessario ridare ossigeno alle imprese che da troppo tempo aspettano i pagamenti delle pubbliche amministrazioni. Questi pagamenti devono poter essere effettuati in deroga ai vincoli del patto. Sbloccare una quota dei residui passivi è poi decisivo per far ripartire gli investimenti.

D. Nel pacchetto di proposte per il dl sviluppo, elaborato assieme a regioni e province, avete anche chiesto al governo di rilanciare l’innovazione, la ricerca le politiche di occupazione. Un piano ambizioso per tempi come questi…

R. È l’unico modo per far ripartire il paese. Le politiche repressive di questi anni hanno avuto un solo effetto: ridurre la spesa pubblica ma non tagliando la spesa corrente, che non ha mai smesso di crescere, bensì comprimendo gli investimenti. È ora di invertire la rotta.

D. Come?
R. Per esempio spostando la tassazione dal lavoro agli immobili. Lo ha detto anche la Banca d’Italia che eliminare l’Ici prima casa è stato un errore perché le imposte sulla proprietà immobiliare costituiscono il perno della fiscalità locale nella maggior parte dei paesi. Il governo dovrebbe pensare ad aiutare maggiormente le imprese in difficoltà estendendo la disciplina per il salvataggio delle aziende in crisi anche a quelle con meno di 50 dipendenti. Ma non c’è molto tempo per intervenire. I comuni devono chiudere i bilanci, entro ottobre va approvato il piano triennale delle opere pubbliche. Tutte scadenze che richiedono certezza di risorse. Ecco perché non possiamo proprio permetterci un governo con la mente altrove.

Fonte: Italia Oggi

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