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Rischio idrogeologico, in pericolo 6.600 comuni, 6 milioni di persone

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Il numero dei comuni in aree ad elevato rischio idrogeologico è passato a 6.631, equivalente al 10% della superficie territoriale italiana (29,5mila kmq). Sulla base della superficie territoriale ad elevato rischio naturale, si stima che la popolazione potenzialmente esposta ad un elevato rischio idrogeologico sia pari a 5,8 milioni di persone. È quanto emerge dall’analisi fatta dal Corpo forestale dello Stato in un recente rapporto sullo stato del territorio, in linea con l’ultimo studio di Legambiente, realizzato con la Protezione civile, in cui la fotografia del dissesto in Sardegna ci parla dell’81% dei comuni (306 amministrazioni) a rischio, per 614 chilometri quadrati di zone in pericolo frane ed esondazioni.
Inoltre, con l’emergenza alluvione in Sardegna ritorna sotto i riflettori il tema della prevenzione e della difesa del suolo. Legambiente fa notare come in dieci anni in Italia sia raddoppiata l’area dei territori colpiti da alluvioni e frane, passando da una media di quattro regioni all’anno a otto regioni. Negli anni in Italia “sono aumentate in modo esponenziale le concentrazioni di piogge” brevi ed intense, le cosiddette ‘bombe d’acqua’.
Eppure, “negli ultimi dieci anni abbiamo speso per la prevenzione due miliardi di euro”, fa notare Legambiente; una cifra, quella di due miliardi, spesa negli ultimi tre anni per far fronte alle emergenze principali causate dal dissesto idrogeologico.
Come se non bastasse, aggiunge Legambiente, nelle aree a rischio spesso si trovano anche abitazioni (85%), industrie (56%), hotel e negozi (26%), scuole e ospedali (20%).
Per la Forestale negli ultimi anni c’è stato un aumento straordinario dei comuni a rischio idrogeologico, soprattutto al sud, specialmente tra quelli più piccoli. Tra le cause che condizionano ed amplificano il “rischio meteo-idrogeologico ed idraulico” c’è anche “l’azione dell’uomo”, con abbandono e degrado, cementificazione, consumo di suolo, abusivismo, disboscamento e incendi.
Ma per la Forestale, “la causa principale è sicuramente la mancanza di una seria manutenzione ordinaria che è sempre più affidata ad interventi urgenti, spesso emergenziali, e non ad una organica politica di prevenzione”.

Le percentuali (per regione) di comuni, superfici territoriali e popolazione esposte al rischio crescono rispetto al dato nazionale soprattutto al Sud. È da considerare che una stima così pessimistica è anche il risultato di metodiche di rilevamento ed analisi dei dati difformi negli anni che, quindi, rispetto ad uno stesso fenomeno, riportano risultati così divergenti; ma a ciò va aggiunto un oggettivo aggravamento dello stato del territorio italiano che ha caratterizzato questi ultimi quattordici anni.
Nella classifica delle regioni a maggior rischio idrogeologico prima è la Calabria con il 100% dei comuni esposti; al 100% ci sono anche la provincia di Trento, il Molise, la Basilicata, l’Umbria, la Valle d’Aosta.
Poi Marche, Liguria al 99%; Lazio, Toscana al 98%; Abruzzo (96%), Emilia-Romagna (95%), Campania e Friuli Venezia Giulia al 92%, Piemonte (87%), Sardegna (81%), Puglia (78%), Sicilia (71%), Lombardia (60%), provincia di Bolzano (59%), Veneto (56%).

Cause e fattori di rischio
Il rischio idrogeologico contraddistingue soprattutto i piccoli comuni, nei quali l’abbandono del territorio va ad amplificare i rischi derivanti dalla carenza di interventi di prevenzione.
Tra la fine degli anni Novanta ed i primi anni Duemila la popolazione italiana ha ripreso a crescere con un ritmo di oltre 403mila residenti in più all’anno dal 2001 al 2010, questo grazie all’incremento dei flussi migratori dall’estero che hanno rappresentato quasi il 90% della crescita complessiva. 
Destinatarie di questo boom demografico sono state le città italiane, con un aumento dell’urbanizzazione metropolitana, accentuato anche dal progressivo abbandono dei centri rurali, per via del mancato ricambio generazionale e dell’invecchiamento della popolazione di quelle aree. Lo spopolamento di questi territori, sopratutto quelli interni dell’Italia meridionale ed insulare (Molise, Campania, Sicilia e Sardegna), ha determinato una riduzione dell’attività di manutenzione ordinaria, costituita dalla tenuta dei terrazzamenti, dalla pulizia dei canali e del reticolo idrografico minore, dal consolidamento e dalla piantumazione degli versanti, con una accelerazione dei fenomeni di degrado. L’aumento della pressione antropica, in assenza di efficaci interventi di tutela, ha, quindi, contribuito ad un ulteriore aggravamento degli equilibri geo-ambientali di aree in molti casi già compromesse. 
Al Nord-Ovest un incremento di popolazione pari all’8% è stato accompagnato da un aumento del 15% della popolazione esposta al rischio sismico; al Nord-Est l’incremento demografico risulta associato ad un incremento seppur più contenuto della popolazione a rischio idrogeologico: si tratta, sicuramente, di indicatori di una cattiva gestione del processo insediativo.
Il rischio meteo-idrogeologico ed idraulico è condizionato ed amplificato dall’azione dell’uomo. L’abbandono del territorio extraurbano dall’attività produttiva ed agricola, dalla manutenzione ordinaria degli spazi aperti; la cementificazione e l’impermeabilizzazione crescente dei suoli insieme con le forme di urbanizzazione del contesto nazionale moderno suburbano (lo sprawl urbano); l’eccessivo uso di suolo; l’abusivismo edilizio; il disboscamento; l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente; la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua; l’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi; l’estrazione illegale di inerti, la cementificazione degli alvei e il disboscamento dei versanti collinari e montuosi, gli incendi boschivi: sono tutti fattori che contribuiscono al peggioramento dell’assetto idraulico del territorio, rendendo i suoli più poveri e quindi più vulnerabili ai fenomeni atmosferici violenti ed amplificando il rischio che interessa, in modi e forme diverse, praticamente tutto il territorio nazionale.

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