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Riforme costituzionali, sì al d.d.l. in Senato. Referendum anche coi 2/3

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Il Senato ha approvato ieri in seconda lettura il d.d.l. che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali. L’Aula di Palazzo Madama ha detto sì al testo già approvato in prima deliberazione da entrambi i rami del Parlamento, con una maggioranza qualificata di 218 favorevoli, 58 contrari e 12 astenuti.
Dunque, a norma di Costituzione sarebbe scongiurata la possibilità di ricorrere al referendum confermativo, consentito solo nel caso in cui il Parlamento si fosse espresso con maggioranza inferiore ai due terzi dei rappresentanti di ogni Aula.
In realtà, all’articolo 5 del d.d.l. approvato ieri viene specificato chiaramente come “le leggi costituzionali approvate ai sensi della presente legge costituzionale sono sottoposte, a referendum popolare anche qualora siano state approvate nella seconda votazione da ciascuna delle due Camere a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti”.
Insomma, per il futuro, larghe intese o meno, sembra che il nuovo testo metta al riparo da colpi di mano della classe politica: anche nell’ipotesi remota che i partiti rimangano in sintonia da approvare d’amore e d’accordo modifiche sostanziali alla Costituzione repubblicana, sarà consentito appellarsi al referendum confermativo, purché, ovviamente, venga inoltrata richiesta nei termini previsti. I margini rimarranno immutati: tre mesi per presentare l’istanza da parte di un quinto dei membri di una Camera, di 500mila elettori o di cinque Consigli regionali.
Dunque, a formare il nuovo organo saranno venti deputati e un pari numero di senatori, nominati dai presidenti delle rispettive assemblee, che svolgeranno un’attività di scouting tra le Commissioni per gli affari costituzionali di ciascun ramo del Parlamento. Il numero, dunque, arriverà a quarantadue per effetto dell’inclusione d’ufficio dei presidenti delle Commissioni stesse.
Così, il processo di studio di revisione della Carta si sposta dai meeting dei saggi chiamati a elencare settori e priorità, alle stanze della politica, che, però, si serve di una scorciatoia. E qui sta il punto sul Comitato: se con una mano il d.d.l. concede il referendum confermativo anche in caso di maggioranze qualificate, con l’altra il nuovo organo nasce proprio per sveltire i tempi delle Camere. Esautorare le aule parlamentari della possibilità di discutere sulle riforme è davvero la via giusta per approvarle?
In aggiunta, il piano di riforma sembra non scaldare i cuori dei cittadini. La consultazione popolare che il Ministro per le riforme Quagliariello ha lanciato su Internet non ha intasato i server del Ministero, a conferma di un procedimento distante dal sentire comune.
L’occasione delle larghe intese – se così si può chiamare, quantomeno nell’aspetto puramente numerico – difficilmente ricapiterà, ma la foga da riforme a ogni costo non deve prendere il sopravvento, innanzitutto perché le modifiche siano effettivamente migliorative, e, allo stesso tempo, la popolazione non osservi con distacco l’intero processo, magari additandola a una manovra di palazzo volta a riscrivere d’imperio la Carta ai danni dei cittadini.
C’è poi il dato politico della votazione, che mette ancor più in pericolo il progetto di revisione costituzionale: il d.d.l. è stato approvato anche grazie ai voti della Lega Nord, che si trova all’opposizione, con molti esponenti del Pdl assenti o astenuti. Di fronte al rimescolamento in atto anche al centro, con Scelta civica in procinto di dissoluzione dopo l’addio di Monti, sembra, dunque, che il terreno per le riforme sia tutt’altro che propizio.

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