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Riforma Senato, da lunedì il Senato lavorerà anche di notte

Da lunedì prossimo si lavorerà 24 ore no stop per sette giorni su sette al Senato: tutto per scongiurare la “ghigliottina” (il passaggio diretto al voto finale di un decreto, in qualsiasi fase dell’esame dell’aula si trovi) sulle migliaia di emendamenti alle riforme costituzionali. Una corsa contro il tempo per arrivare al sì al provvedimento prima della pausa estiva.

Calendario a tappe forzate
Il calendario a tappe forzate è stato deciso, a maggioranza, nella Conferenza dei capigruppo di ieri pomeriggio a Palazzo Madama. “Abbiamo chiesto che i gruppi riducessero i loro emendamenti, mantenendo quelli rilevanti. La richiesta non è stata accolta”, spiega il presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda. Nessun ritiro di emendamenti? Ed allora, lavori no stop. “Abbiano quindi chiesto, e la capogruppo ha approvato a maggioranza, che si lavorasse sull’orario di lavoro. Da lunedì 28 luglio si lavorerà quindi dalle 9 del mattino alle 24, e lavoreremo anche nei fine settimana”, ha detto Zanda.

La decisione, letta in aula dal Presidente Pietro Grasso, ha provocato le proteste dell’opposizione. Ma l’indicazione arrivata da Palazzo Chigi è chiara: “Avanti, senza paura”, scrive Matteo Renzi su Facebook. “Qui si gioca la credibilità della politica”, mentre “le immagini cui stiamo assistendo in queste ore è di qualcuno che vuole fermare, ostruire il cammino delle riforme. Sono immagini di chi pensa che si possa continuare ad andare avanti così”, ha detto il premier a Palazzo Chigi. “Ma noi – sottolinea Renzi – abbiamo preso il 41% per cambiare il Paese e quindi occore fare le riforme e creare occasioni di lavoro. Le riforme servono a creare posti di lavoro e il governo italiano è impegnato a testa alta e viso aperto in questo”.

Su Twitter il premier Renzi, che in giornata ha incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, scrive:

Le parole di Napolitano alla cerimonia del Ventaglio
Intanto arriva un ‘assist’ alle riforme da parte del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali”, ha detto ieri il Capo dello Stato alla tradizionale cerimonia del Ventaglio toccando un punto, quello del rischio di una deriva autoritaria, caro ai critici delle riforme renziane. Napolitano ha auspicato “un’ampia convergenza” sulle riforme ma, nello stesso tempo, ha bacchettato chi agitando “spettri di insidie e macchinazioni autoritarie” finisce per “determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali”.

Se dovessero prevalere “le diffidenze e contestazioni rispetto alla ricerca di accordi con forze politiche opposte” sulla riforma del Senato, “ancora una volta naufragherebbe il tentativo, per altro già così tardivo, di revisione della seconda parte della Costituzione”, ha sottolineato il Capo dello Stato. “Non vado oltre sul tema, per rispetto verso i lavori, ormai in fase avanzata, dell’assemblea del Senato. Ma – ha aggiunto – rivolgo un pacato e fermo appello a superare un’estremizzazione dei contrasti, un’esasperazione giusta e rischiosa – anche sul piano del linguaggio – nella legittima espressione del dissenso”.

Il Presidente ha ricordato quindi che il governo sta lavorando alle riforme su mandato del Parlamento. “Il progetto di revisione della seconda parte della Costituzione “è un impegno di cui il governo Renzi si è fatto iniziatore, su mandato dello stesso Parlamento, espressosi con le mozioni approvate a schiacciante maggioranza dalla Camera e dal Senato il 29 maggio 2013 e l’orizzonte, fu fin dall’inizio, quello della ricerca di un’ampia convergenza politica in Parlamento”. Né, ha osservato Napolitano, è mancato il tempo per il confronto: sulle riforme “non c’è stata improvvisazione né improvvida frettolosità. È stato recepito un gran numero di sollecitazioni critiche e di emendamenti”.

Grillo contro le riforme
Beppe Grillo, al pari dei suoi in aula al Senato, è tornato a sparare bordate contro le riforme e contro Renzi. ‘Da Matteotti a Di Matteo? #lanuovadittatura’ è il titolo del post di ieri. Scrive Grillo nel suo blog: con le riforme “l’esito potrebbe essere la fine della democrazia” come nel ’24 con il fascismo: “Oggi per imporre la dittatura la forza non è più necessaria, bastano le cosiddette ‘riforme'”.

“La storia non si ripresenta mai uguale, ma tra l’Italia di oggi e quella del 1924, anno del rapimento e omicidio di Giacomo Matteotti, esistono molte e impressionanti analogie. L’esito potrebbe essere lo stesso, la fine della democrazia, con al posto del fascismo, un sistema che comprende tutte le forze del Paese che vogliono conservare i loro privilegi e tenere a distanza di sicurezza la volontà popolare: criminalità organizzata, piduisti, istituzioni deviate, partiti”. Grillo prosegue: “Dalla vittoria alle politiche del 2013 del M5S stiamo assistendo a una controriforma senza che vi sia stata una riforma o un Martin Lutero, neppure Mussolini ebbe la sfacciataggine del trio NapolitanoRenzieBerlusconi, lui la dittatura la fece senza nascondersi dietro la parola ‘riforme’ e la legge elettorale fascista Acerbo fu sicuramente più rappresentativa del corpo elettorale e rispettosa della democrazia dell’Italicum di Renzie e del noto pregiudicato”.

Il blog rimanda alle parole pronunciate dal procuratore Nino Di Matteo in occasione dell’ultimo anniversario della strage di via D’Amelio e all’ultimo discorso di Giacomo Matteotti in Parlamento. “Come passano i tempi… Da Matteotti a Matteo. Oggi per imporre la dittatura la forza non è più necessaria, bastano le cosiddette ‘riforme'”.

L’asso nella manica: il “canguro”
Anche il calendario da tour de force potrebbe non bastare per approvare, entro la pausa estiva, le riforme e quindi discutere la mole di oltre 7mila emendamenti. Per questo si sta pensando di applicare il cosidetto ‘canguro’. Dice il capogruppo Pd, Zanda: “Dobbiamo ancora capire bene come funzionerà quello che in gergo parlamentare si chiama il ‘canguro’: approvato o bocciato un emendamento, molti altri emendamenti che sono a contenuto identico o molto simile decadono. Immagino che sarà un numero elevato, perché esaminando questi volumoni di emendamenti si vede che moltissimi hanno contenuti simili”.

L’opposizione di Sel
Una soluzione suggerita anche dalla vicepresidente della Camera, Marina Sereni del Pd: “La situazione al Senato ha del paradossale: gli oltre 7mila emendamenti presentati al disegno di legge costituzionale sul bicameralismo e sul Titolo V dalle opposizioni hanno il chiaro sapore ostruzionistico. Tant’è che sarebbe possibile e del tutto ovvio, anche stando ai precedenti, votarli rapidamente raggruppandoli per materia, votando sui cosiddetti principi emendativi”. Sel, a cui appartengono la quasi totalità degli oltre 7000 emendamenti, non desiste: “Meno potere ai cittadini, più potere ai potenti: è questa la riforma Renzi delle istituzioni e della Costituzione. Noi saremo limpidamente contro”, scrive Vendola su twitter.

Ma anche dallo stesso Pd arrivano stop a forzature su regole e tempi del dibattito. Dice Rosy Bindi: “Mi auguro che la discussione che si è aperta al Senato sui tempi di approvazione della riforma costituzionale non si concluda con una scelta che potrebbe costituire un pericoloso precedente. Il lavoro che finora è stato fatto nel rispetto delle procedure di revisione costituzionale non può essere vanificato con uno strappo alle regole che sarebbe davvero incomprensibile”.

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