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Restano sulla carta i tagli alle indennità dei politici locali

Prima le polemiche feroci tra fustigatori dei costi «della politica» e difensori dei costi «della democrazia» poi, scritta la norma, l’indifferenza per l’attuazione. Il canovaccio abituale sembra riproporsi anche per il nuovo attacco alle indennità dei politici locali, messe a dieta dalla finanziaria. Per tagliarle davvero, però, serve un decreto attuativo: il termine è scaduto il 30 settembre, ma del provvedimento non si è vista traccia. Nel cantiere di una manovra che ha tagliato gli stipendi a dirigenti pubblici, professori e magistrati, congelato le buste paga del personale, e che ha chiesto cortesemente un sacrificio anche ai parlamentari, il contributo di sindaci, assessori e consiglieri non poteva mancare. Il tira e molla con gli interessati ha evitato il taglio lineare, uguale per tutti, per sostituirlo con un più raffinato meccanismo progressivo, che salva le indennità nei comuni piccolissimi e fa crescere le richieste con la dimensione degli enti interessati: nei comuni fino a 15mila abitanti, e nelle province fino a 500mila, il contributo dei politici locali allo sforzo comune anti-crisi è pari al 3% dei loro “compensi”, passa al 7% fra 15mila e 250mila (e fra 500mila e un milione per le province) e arriva al 10% negli enti più grandi. Tradotto in cifre (sempre lorde), prendendo a riferimento i valori massimi previsti dalla legge si tratterebbe di una limatura da 780 euro al mese per i sindaci delle metropoli, e da 697 per i presidenti delle province più grandi, giù giù fino ai 43 euro chiesti a chi guida un piccolo comune. La sforbiciata si estenderebbe alle buonuscite, che sono pari a un “mensile” moltiplicato per gli anni di mandato, con una riduzione che andrebbe dai 217 euro dei sindaci nei piccoli comuni ai 3.899 euro per i loro colleghi delle città maggiori. I condizionali, però, sono obbligatori, perché senza il decreto attuativo tutte le limature previste dalla norma rimangono confinate sulla carta. Per i consiglieri, dopo una serie di ripensamenti, la novità è più di forma che di sostanza, perché la manovra cancella la possibilità di ricevere un’indennità, ma lascia ai gettoni di presenza i vecchi tetti massimi. L’unico effetto, quindi, sarebbe indiretto, perché il tetto è parametrato all’indennità del sindaco, mentre un emendamento ha salvato i gettoni nelle circoscrizioni delle città metropolitane. Certo, a livello aggregato le cifre in gioco sono tutt’altro che decisive, anche perché per esempio qualsiasi consigliere regionale (praticamente salvato dalla finanziaria) ha indennità più ricche rispetto al sindaco del capoluogo. Il bilancio dello stato, prima di tutto, non ne beneficia, perché le economie rimangono all’interno degli enti, e potrebbe subirne anzi un piccolo danno perché si riduce il gettito Irpef collegato alle indennità. Soprattutto negli enti più piccoli, cioè la grande maggioranza (il 91% dei comuni italiani ha meno di 15mila abitanti), i compensi reali sono inferiori ai limiti di legge, e la stessa esperienza recente insegna che il valore di queste misure è più simbolico che reale. Nella finanziaria 2008 il governo Prodi stimò di recuperare 313 milioni dalla stretta sulla politica locale; alla fine le misure fruttarono meno del 15% del previsto, imponendo così un complesso meccanismo di rimborso agli enti locali che si erano visti tagliare i trasferimenti della cifra calcolata dalla relazione tecnica. In un quadro come questo, però, anche le mancate attuazioni si caricano di valori altrettanto «simbolici».

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