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Regioni in campo per salvare le concessioni sugli arenili

Il principio di libero mercato contro il diritto d’insistenza, la libera concorrenza contro il rinnovo automatico delle concessioni balneari che in Italia spettava ai proprietari di bagni e chalet. La direttiva comunitaria 123 del 2006, meglio conosciuta come direttiva Bolkestein, sta sparigliando tutte le carte in un segmento trainante per il turismo di mare e che nell’area, tra costa tirrenica e adriatica, chiama in causa 2.248 stabilimenti balneari registrati alla Camera di commercio (quasi la metà dei 5mila del paese, ma il numero quintuplica se si includono bar e altri esercizi che insistono sulle spiagge). E mentre i concessionari – che finora avevano goduto del diritto di prelazione al rinnovo, ogni sei anni, delle concessioni – chiedono di essere esclusi dalla direttiva Servizi e intanto studiano la possibilità di privatizzare la parte dell’arenile su cui insistono le strutture fisse, le regioni giocano la carta di una legge quadro che limiti, dettagliando criteri e tempi delle aste, i potenziali danni della liberalizzazione. Peraltro scavalcate dal governo in materia comunitaria, sebbene sia regionale la competenza sul demanio marittimo. «Le possibilità di uscire dalla Bolkestein sono oggi remote – ammette l’assessore al Turismo dell’Emilia-Romagna Maurizio Melucci – visto che il governo sta chiudendo proprio ora le procedure di infrazione comunitarie – ma stiamo lavorando a una legge quadro nazionale che garantisca competenza e professionalità nella scelta tramite gara dei gestori. E che tuteli il lavoro dei nostri stabilimenti in quanto valore aggiunto del turismo locale». L’Emilia-Romagna, con la legge 8/09, aveva provato a prorogare a 20 anni la durata della concessione del demanio marittimo a uso turistico-ricreativo. E lo stesso aveva fatto la Toscana con la finanziaria 2010: testi impugnati dal governo e dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale. Sebbene lo stesso governo abbia fatto poi rientrare dalla finestra, con il milleproroghe, l’estensione a tutto il 2015 delle licenze in essere. A inasprire gli animi e il lavoro dei Tar si inserisce anche l’inatteso rialzo dei canoni demaniali (si veda tabella in pagina) con la contestata divisione in aree a bassa o alta valenza turistica. È all’ombra dei rincari che si sta aprendo una battaglia ben più radicale, che ha mosso i primi passi in Toscana, passando poi sul versante emiliano – romagnolo, ma non ha ancora toccato le Marche: la lotta per sdemanializzare alcune parti dello stabilimento balneare. «Stanno nascendo alcuni movimenti spontanei – spiega Valerio Pardini, avvocato fiorentino e professore di Diritto dei contratti pubblici dell’Università Ecampus di Como – per presentare al ministero delle Infrastrutture istanze affinché beni appartenenti al corridoio dei servizi, a monte dell’arenile, possano rientrare a far parte del patrimonio disponibile dello stato. Beni su cui i concessionari vanterebbero un diritto di prelazione e potrebbero così rientrare nel loro patrimonio privato». Se non dovesse passare il principio della sdemanializzazione aumenterebbe anche l’incertezza sull’indennizzo (chi e quanto deve pagare) di tutti gli investimenti fatti dal concessionario, in fase di bando pubblico. «Siamo impegnati in prima fila per arrivare a disciplinare la materia in modo organico e uniforme tra le regioni. Il 2015 è alle porte e si è già perso troppo tempo», dichiara Cristina Scaletti, assessore al Turismo della Toscana. Definisce la situazione «imbarazzante» Serenella Moroder, assessore competente delle Marche, «perché tra assenza della politica e un 2015 ormai alle porte rischiamo di veder sparire un modello di piccoli stabilimenti familiari che ha fatto la fortuna del nostro turismo balneare». La previsione è che il meccanismo tramite asta aprirà ai grandi big internazionali e all’industria del riciclo di denaro sporco. «Le preoccupazioni dei gestori sono le nostre – dice Moroder – ma posso assicurare che come regioni ci stiamo muovendo in modo coeso e compatto per arrivare a una legge quadro che garantisca le competenze acquisite, gli investimenti, la tutela ambientale, e preveda un periodo di transizione». Resta esclusivamente governativa la via per escludere dalla Bolkestein i “bagni” in virtù del loro servizio di pubblica utilità. «Quando si parla di Bolkestein – attenua le polemiche Manolo Cacciatori, dottore commercialista, cultore della materia Strategia di risanamento d’azienda presso l’Università di Pisa – si dimentica il punto 62 della direttiva, che contiene sì il principio del libero mercato ma anche quello dell’equa remuneratività del capitale investito, assieme all’ammortamento degli investimenti. Significa anche che chi investe per migliorarlo avrà, secondo la Bolkestein, una concessione più lunga».

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