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Reddito di cittadinanza, quella «legge modello» che si è rivelata un flop

NAPOLI – Può una Regione fare beneficenza? O meglio: può mascherare quello che è un obolo indiscriminato, generalista e per giunta elargito senza controlli, per una esemplare misura di welfare? In Campania è successo. La storia di questo fallimento è la storia del reddito di cittadinanza. Un provvedimento che al momento del lancio fu presentato come un’innova-zione. Ma cosa c’è di più antico dell’elemosina? Stia-mo parlando di 231 milioni di euro dati in tre anni a 18.247 nuclei familiari beneficiari su 122.100 ammissibili. Un regalo di 350 euro che non ha prodotto lavoro, che non ha alimentato né il mercato né i consumi. La fotografia esatta e impietosa è stata scattata, dopo cinque anni di lavoro sul campo, da un ricercatore della Federico II, Luca De Luca Picione, appena uscito in libreria. E la conclusione è desolante: il reddito di cittadinanza non ha rotto il «circolo vizioso tra assistenzialismo degli enti erogatori e dipendenza dei beneficiari ». Per essere ancora più chiari i poveri che hanno percepito 350 euro al mese per tre anni sono diventati, nella migliore delle ipotesi, ostaggio di quel denaro pubblico dato loro senza alcuna ratio. Rimpinguando quelle sacche di malcontento che oggi battono cassa. Eppure, la Campania, avrebbe dovuto imparare dai propri errori. Ci fu in origine il reddito minimo di inserimento, una misura nazionale, che serviva a sperimentare l’eroga-zione di denaro associata ad iniziative occupazionali. E come andò? A Napoli non male, nacquero per esempio i nidi di mamme. Ma poi scoppiò il bubbone Orta di Atella. Nel piccolo comune casertano si scoprì, a conti fatti, che il 54 per cento della popolazione aveva percepito il reddito minimo di inserimento. Più della metà degli atellani era sotto la soglia minima di povertà. Perché? Perché bastava presentare semplicemente un modello Isee che autocertificasse il proprio stato di indigenza. La Regione Campania, all’epoca l’as-sessora al Welfare era Adriana Buffardi, fa tesoro dell’esperienza e s’inventa il reddito di cittadinanza. Per farne richiesta bisogna presentare non solo il modello Isee, ma anche il reddito stimato, legato ai consumi, al possesso di un auto, all’affitto pagato. Addirittura, il reddito, diventa una best practice premiata nel 2005 dall’associazione Cittadinanzattiva. Cambia qualcosa? Lo studio dimostra scientificamente che è un fallimento, come la precedente misura e ancor di più se possibile. La prima difficoltà incontrata dai ricercatori federiciani è nel reperire i dati. Per i sociologi quelle 122.100 domande inviate da tutta la Campania sono un patrimonio inestimabile per studiare la povertà campana. Ebbene il database è nelle mani di Sviluppo Italia, braccio operativo della Regione Campania, che non rende disponibili le cifre, né alla comunità scientifica, né a Palazzo Santa Lucia. Dunque, il lavoro di monitoraggio inizia prima nei cinque comuni capoluogo, poi si estende ai consorzi di comuni, infine a tutti e 46 gli ambiti territoriali sociali. E la prima cosa che allarma i sociologi è l’identikit generico del beneficiario del reddito di cittadinanza: «Dei 122 mila nuclei familiari – spiega Luca De Luca Picione – la cui richiesta è stata ritenuta ammissibile, è stato selezionato solo il 15 per cento. Le province più rappresentate sono Napoli, con il 58 per cento del totale regionale, Salerno e Caserta con rispettivamente il 16 e il 15 per cento, seguite da Avellino con il 6 per cento e Benevento con il 4 per cento. Siccome la maggior parte di questi 18 mila ammessi hanno dichiarato reddito zero, significa che il povero napoletano ha più diritto di quello sannita o sorrentino. Cioè, che a molti è stata data la patente di poveri, ma solo alcuni hanno avuto diritto all’obolo». Dunque una misura non selettiva, ma addirittura discriminatoria. «Inoltre – continua il sociologo – nel disegno di legge erano previste attività di accompagnamento (formazione, orientamento, assistenza sociale, facilitazioni per i mezzi pubblici) che dovevano essere estese a tutta la platea di soggetti ammessi. Ebbene queste attività non sono mai partite». E i controlli? Ci sono stati? «Talvolta. Tant’è che è scattata immediata la denuncia – prosegue lo studioso -, ma è stato davvero raro. Perché i controlli erano affidati alla discrezionalità dei dirigenti del piano di zona. Il problema è che non hanno mai avuto le risorse a tal fine». Nelle circa 350 pagine di grafici e mappe emerge un altro elemento: il 67 per cento dei nuclei beneficiari è costituito da persone in piena età lavorativa, non superano cioé i 45 anni di età. «Viene da chiedersi sempre più – termina Luca De Luca Picione – perché in Campania l’ipotesi di un’integra-zione tra politiche industriali, politiche del lavoro e interventi di sostegno al reddito è un’utopia? Quelli che altrove sono modelli prevalenti, qui diventano un sogno». Oppure bacini di consenso?

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