Martedì, 18 aprile 2017
La Gazzetta degli Enti Locali

Combinato disposto delle leggi regionali nnrr. 17/2016 e 6/2017: arrivano le prime decadenze
a cura di Luciano Catania

La legge regionale n. 6/2017, interpretativa delle norme contenute nella L.r. n. 17/2016, ha portato all’emanazione dei decreti di decadenza dei sindaci di sette comuni siciliani. L’introduzione di una sfiducia surrettizia al sindaco (vedi “La Gazzetta Enti Locali – Speciale Sicilia” del 30 agosto 2016) ha scatenato, oggi, molte polemiche e la reazione di comuni ed Anci Sicilia. La legge non prevede nessuna procedura per decretare la decadenza dei primi cittadini. I sindaci decadono in seguito alla cessazione del Consiglio comunale. Nel caso di mancata approvazione del bilancio di previsione, prima del decreto presidenziale di scioglimento, occorre che il Consiglio comunale non abbia adempiuto nemmeno in seguito alla diffida del commissario ad acta nominato dalla Regione, che l’Assessore regionale alle Autonomie abbia formulato la proposta di scioglimento e sulla stessa si sia pronunciato il Consiglio di Giustizia Amministrativa (in caso di silenzio, dopo sessanta giorni, si può prescindere da tale parere).

Il combinato disposto delle leggi regionali nnrr. 17/2016 e 6/2017, com’era facile immaginare, ha iniziato a fare danni.

La previsione che la mancata approvazione di atti fondamentali (bilancio di previsione, rendiconto, etc.) comporti la decadenza oltre che del consiglio comunale anche del sindaco e della giunta ha iniziato ad ingenerare instabilità ed implementare la conflittualità all’interno degli enti locali.

Grazie alla legge interpretativa, approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana, sono sette i sindaci che si ritrovano, all’improvviso, decaduti a causa della mancata approvazione dei bilanci di previsione da parte dei loro Consigli Comunali.

La scorsa settimana, infatti, sono stati notificati i decreti di decadenza di primo cittadino ed esecutivo.

In maniera non aspettata decadono dal loro incarico i primi cittadini di San Piero Patti, Castiglione di Sicilia, Valdina, Monforte San Giorgio, Monterosso Almo, Calatafimi Segesta e Casteldaccia.

I consigli comunali erano stati sciolti o sospesi, in seguito all’intervento sostitutivo ed alla mancata approvazione del bilancio di previsione, malgrado la diffida ed il congruo termine ad adempiere da parte del Commissario ad acta nominato dalla Regione. 

A loro, a breve, potrebbero aggiungersi altri sindaci, democraticamente eletti, travolti dall’insolito destino di un ordinamento che prevede una maggioranza qualificata per la mozione di sfiducia (60% per i comuni con più di 15.000 abitanti e 2/3 per quelli con popolazione inferiore) ma, poi, inserisce una sfiducia surrettizia tramite la mancata approvazione del bilancio.

E’ chiaro che l’iter per arrivare alla decadenza del sindaco, per la mancata approvazione del bilancio, non può anticipare lo scioglimento del consiglio comunale che si determina alla fine di un iter ben definito: mancata approvazione del bilancio nei termini di legge, nomina di un commissario ad acta, diffida al consiglio comunale con assegnazione di un congruo termine, proposta di scioglimento in caso di non approvazione del bilancio entro il termine assegnato, scioglimento. Inoltre, l’art. 54 della L.r. n. 16/1963, così come modificato dall’art. 3 della L.r. n. 57/1984, prevede che il decreto del Presidente della Regione che pronuncia lo scioglimento del consiglio comunale sia emesso su proposta dell’Assessore regionale alle Autonomie Locali, previo parere del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Qualora il parere del C.G.A. non sia reso entro sessanta giorni dalla richiesta se ne prescinde.

Nel caso di decadenza del sindaco, non è stata dettata una specifica procedura. La L.r. n. 17/2016 si limita ad affermare che “la cessazione del consiglio comunale per qualunque altra causa comporta la decadenza del sindaco e della rispettiva giunta”. Non è indicato nella norma chi debba emettere il provvedimento che sancisce la decadenza del sindaco, né se occorra la proposta dell’Assessorato regionale delle Autonomie locali e neppure se il C.G.A. debba emettere parere.

Sicuramente, la decadenza non potrà avvenire con la semplice bocciatura del bilancio o con la proposta di scioglimento. Per determinarsi la decadenza del sindaco sarà necessario che il consiglio comunale sia cessato dalle proprie funzioni.

Adesso, bisogna comprendere se i sette comuni rimasti senza amministratori andranno a votare, insieme agli altri 129 già individuati.

E’ evidente che in molti impugneranno i decreti che sanciscono la decadenza di fronte al T.A.R. ed il giudice amministrativo potrebbe sollevare la questione della legittimità della norma e concedere la sospensione del provvedimento.

Dubbi sulla legittimità delle disposizioni normative sono stati espressi dal Presidente della Regione tanto che da Palazzo d’Orleans era stato formulato un quesito urgente al Consiglio di Giustizia Amministrativa per chiedere proprio la facoltà di disapplicare la disposizione di legge ritenuta illegittima.

Per il C.G.A., ovviamente, la legittimità costituzionale non può essere sollevata dalla Regione e non è tra le facoltà del Governo regionale disporre la disapplicazione della norma.

Contro la norma ha già annunciato ricorso l’Anci Sicilia, come associazione dei comuni. Nel corso dell’ultimo consiglio direttivo nazionale dell’Anci, tenuto prima di Pasqua, il segretario della sezione siciliana, Mario Alvano, ha rappresentato l’ingarbugliata vicenda.

Anci nazionale chiederà che questa norma regionale sia posta all’ordine del giorno della prossima Conferenza Stato-Città, per valutare se ricorrano le condizioni per un’impugnativa da parte del Governo nazionale, di una disciplina che appare incostituzionale.

La nuova normativa regionale, accolta con soddisfazione da parte delle opposizioni consiliari, diventa una pericolosa spada di Damocle per chi amministra.

La disciplina innovata finirà per indebolire l’esecutivo e renderlo schiavo dei ricatti politici di pochi consiglieri comunali, contraddicendo lo spirito della legge sull’elezione diretta del sindaco.

In un momento di crisi istituzionale ed economica l’ultima cosa che serviva al sistema delle autonomie locali era inserire nell’ordinamento elementi di ingovernabilità e di incertezza.

L’elevato numero di decadenze che la nuova normativa potrebbe comportare rischia di condannare alcuni comuni a lunghi periodi di commissariamento, in spregio alla volontà popolare e determinando forti problemi nell’elargizione dei servizi ai cittadini e la quasi impossibilità ad affrontare l’emergenza, prima tra tutte quella occupazionale, legata anche alla stabilizzazione del personale precario.

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