a cura di Maria Letizia Fabbri

Giovedì 8 gennaio 2009

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Caos neve, un morto a Milano Disagi e accuse: «Tutto in tilt»

da Corriere della Sera

MILANO — La tettoia ha imbarcato neve per tutta la notte. Era ancorata a un muretto. E quando è crollata ha tirato giù mattoni e calcinacci. Mauro Bertini, 46 anni, imprenditore, è stato travolto da un piccolo pilastro, sul terrazzo della sua casa nel centro di Milano. Probabilmente aveva sentito il rumore di un primo cedimento ed era uscito a controllare cosa stesse accadendo. Un vicino di casa s'è accorto del crollo nel primo pomeriggio di ieri.
È l'incidente più grave nella seconda giornata di nevicate sulle regioni del Nord-Ovest. Le tempeste sono arrivate fino a Firenze. E il caos, rimasto latente il giorno della Befana, è esploso ieri, quando le città si sono rimesse in moto dopo le vacanze. Quaranta centimetri di neve a Milano e Torino. Code in autostrada, con l'A1 chiusa in nottata per ghiaccio fra Milano e Parma; aeroporti fermi per tutta la mattinata; feroci proteste dei cittadini; cinque morti in incidenti stradali e tre uomini assiderati, a Roma e Vicenza e Rovigo. Le previsioni parlano ancora di due giornate a rischio: oggi ancora probabili nevicate, da domani si abbassano le temperature. E il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, avverte: «Fare molta attenzione perché potrebbe formarsi ghiaccio sulle strade».
Il Viminale aggiunge: «Non mettersi in viaggio nelle regioni del Nord-Ovest». Ma ghiaccio e neve hanno già provocato cinque vittime. Michele Bonacina, 26 anni, camminava sul marciapiede a Costa di Mezzate, Bergamo. Una Fiat Doblò ha urtato un'altra auto: un piccolo incidente, ma il Doblò è scivolato sul ghiaccio, è andato in testacoda e ha travolto il ragazzo, che è morto poco dopo. A Riola di Vergato, Bologna, un uomo di 50 anni stava cercando di far ripartire la propria auto, rimasta in difficoltà in salita. La macchina è scivolata all'indietro e lo ha travolto. Altri incidenti: un trentenne pachistano caduto da uno scooter è morto a Bologna; un 40enne ucciso su una strada provinciale a Cuneo; un cittadino colombiano rimasto incastrato nelle lamiere dopo uno scontro frontale vicino all'aeroporto di Malpensa. Dopo una giornata di polemiche e disagi per i tram incagliati o deragliati e per le difficoltà di spazzare la neve dalle strade, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha deciso di tenere le scuole aperte. Ieri però erano più gli studenti assenti che quelli in classe. Tra elementari e medie milanesi, i bambini a scuola erano 9 mila su 27 mila. Un insegnante su tre non è riuscito a raggiungere gli istituti. Situazione simile in altre città, che per oggi hanno però stabilito la chiusura totale delle scuole: Torino, Monza, Piacenza, Parma e molti Comuni nelle province di Brescia, Bergamo, Savona e Alessandria.
Il caos, in molti casi, è legato all'esaurimento delle scorte di sale, necessario per evitare che si formi il ghiaccio sulle strade: è accaduto a Milano, che entro oggi dovrebbe ottenere un rifornimento di 7 mila tonnellate. «Sono caduti 40 centimetri di neve quando ne aspettavamo 25 — ha spiegato la Moratti —, le scorte erano sufficienti, ma si sono verificati fenomeni critici che hanno creato problemi». Il Piemonte ha chiesto aiuto alla Val D'Aosta. Una nave con altre 7 mila tonnellate di sale partita da Porto Empedocle è arrivata al porto di Genova.
Gli aeroporti lombardi, lo scalo di Torino e quello di Parma sono rimasti chiusi fino alla tarda mattinata di ieri. In tutto, oltre 250 voli cancellati. Gli operai della Sea, tra Malpensa e Linate, hanno portato via dalle piste un milione di metri cubi di neve, equivalenti al contenuto di 60 mila camion.

«Più controlli e scuole chiuse» Tognoli dà consigli al sindaco

MILANO — Consiglio numero uno: «Controllare i piani neve giorno per giorno. Non basta scriverli». Consiglio numero due: «Chiudere le scuole, se dalle previsioni meteo c'è il sospetto che non si tratterà di una banale spolverata». Infine, proibire la sosta delle auto nelle strade che servono per i mezzi di emergenza». Suggerimenti di un ex sindaco ad un sindaco, nati dall'esperienza, durissima, vissuta in prima persona.
Carlo Tognoli come primo cittadino di Milano si trovò a gestire un'emergenza neve indimenticabile. Quella del 1985. La metropoli era da settimane nella morsa del gelo. Già piegata da un'abbondante nevicata. Il colpo finale arrivò una domenica sera. La neve, che aveva già imbiancato la città, ricominciò a cadere e continuò senza mai una tregua per cinque giorni consecutivi. Tognoli ricorda ogni giorno di quel lungo gelido inverno di 24 anni fa, che coincise con la fine del suo secondo mandato quinquennale. Dal dicembre «freddissimo, con il termometro che era sceso a meno 14 gradi sotto zero», al 13 gennaio.
A tradirlo fu proprio il piano neve che c'era. Ma non venne rispettato. «Ci trovammo con la città paralizzata da un metro di neve e io scoprii in piena emergenza che non c'erano i mezzi per spazzarla. L'Azienda della nettezza urbana non li aveva comprati, nonostante avessimo stanziato i fondi. Ci salvarono i Leopard, i carri armati, e i 700 uomini messi in campo dall'esercito ». In quei giorni, sotto il peso della neve crollò una tettoia del velodromo Vigorelli e cedette una struttura portante del Palasport, poi demolito.
«Eravamo in contatto con il servizio meteorologico, perché c'era un gelo inusuale e gli operatori dell'Azienda elettrica erano in costante allerta per riscaldare i gomiti delle tubature del metano, che rischiavano di essere ostruite dal ghiaccio e di esplodere — racconta l'ex primo cittadino —. La mattina del 13 gennaio inviai un telex al direttore dell'Azienda della nettezza urbana, segnalando l'allerta neve. Ero tranquillo. Ma dopo due giorni e due notti senza tregua, colpito dalle proteste della gente, perché le strade non venivano spazzate, mandai i vigili urbani a controllare. E così scoprii che circolava la metà dei mezzi del piano neve». Si prese ogni colpa Tognoli. «Convocai un Consiglio comunale straordinario, mi assunsi ogni responsabilità, come è giusto faccia un sindaco. Poi, con il prefetto Vicari concordai l'intervento dell'esercito e il ricorso ai carri armati che, dotati di lama spazzaneve, in due giorni liberarono la città dalla morsa del ghiaccio».
La neve, prima o poi, si scioglie, sdrammatizza Tognoli che, prima di passare il testimone di Palazzo Marino, si prese la briga di lasciare in eredità altri piani per l'emergenza neve: «Milano — conclude — ha il grande pregio di avere nella maggior parte delle strade delle botole, collegate alla fognatura, attraverso le quali si possono eliminare le montagne di neve accumulate ai bordi della strada, prima che gelino». La mappa c'è. Ma, forse, come i piani neve, va scongelata.

La città al collasso che si sforza di essere normale

MILANO — Con lo spirito di un alpino della divisione Tridentina in cammino verso Nikolaevka il cittadino Paolo De Carli tenta la marcia di avvicinamento all'ufficio rinunciando all'auto sepolta sotto mezzo metro di neve, ma alla fermata della 91 perde la pazienza come gli altri passeggeri in attesa da quaranta minuti. Dov'è il filobus, dove sono gli spartineve, dov'è il camion con il sale, chi ha visto gli spalatori? Nel giorno dell' emergenza annunciata Milano rivede il fantasma dell'efficienza perduta, arranca, protesta, s'indigna, scarica rabbia via email ai giornali, telefona in tv, bombarda i centralini del Comune, ma nonostante tutto va, non sprofonda come nell'85, non si blocca come nel 2006, si sente soltanto presa in giro dalle dichiarazioni troppo rassicuranti del giorno prima, dall'ottimismo del sindaco Letizia Moratti: tranquilli, è tutto sotto controllo.
E invece no, maledizione. Il preavviso è quasi una beffa, le strade sono una tundra, i marciapiedi sono impraticabili, i taxi non si trovano, gli scambi sono ghiacciati, sulla salita di piazza Napoli la 91 pattina e si blocca. Milano si sforza di essere normale, si sveglia in anticipo, stivali, doposci e tanta buona volontà, i figli a scuola, come ha detto il primo cittadino, la città che lavora e produce non si deve fermare, ma alle otto del mattino la situazione vista dalla pensilina dei bus è un disastro.
Nevica, nevica, nevica e cresce il disagio di chi non si è arreso e ce l'ha messa tutta per fare il suo dovere. Squillano i cellulari, arrivano notizie preoccupanti, mezzi pubblici rallentati da tutte le parti, intasamento sui cavalcavia di piazzale Maggi e Monteceneri, auto ferme sulla via Emilia o incolonnate sulle salite degli svincoli che sembrano piste da bob. Bollettino da day after: periferia al collasso, il centro tracolla, ambulanze a sirene spiegate, centinaia di chiamate al 118, maestre che non si presentano all'asilo, rifornimenti a rischio per le mense scolastiche, tempi improponibili per raggiungere i luoghi di lavoro.
Eppure si va, imprecando sotto una neve che arriva al ginocchio. E nell'eroica marcia di chi non si arrende e aspetta il bus, che prima o poi arriverà, nasce una fratellanza di ricordi, si citano memorabili inverni quando la neve si misurava a metri e i cumuli formavano montagne che si trasformavano in igloo, le stagioni in cui l'inverno veniva considerato un evento naturale e la neve nelle cronache si chiamava «bianca visitatrice».
Anche allora le scuole non chiudevano mai, ma c'era un esercito di spalatori e i camion dell'Amsa ripulivano almeno le strade. «Un altro mondo», sospira il vicesindaco Riccardo De Corato, l'uomo di tutte le emergenze cittadine. Gli spalatori di neve oggi a Milano sono una leggenda metropolitana: non esistono più, rappresentano una categoria estinta, soppressa da quando i bandi di reclutamento sono andati deserti: la trasformazione dell'Amsa da municipalizzata ad Azienda Spa impone al Comune di richiederli alle agenzie interinali: ieri ne servivano 1500; ce n'erano solo 400. «Tutti stranieri » dice De Corato «e non si vedono né studenti né disoccupati. Quel mondo che si dava da fare in occasione delle grandi nevicate non c'è più. Per pulire alcuni accessi alle scuole abbiamo dovuto impiegare gli uomini della Protezione civile e i nostri vigili. Anche i bidelli si rifiutano di prendere in mano una pala: non rientra nelle loro mansioni».
È una giornata da dimenticare in una città che non si arrende. Scuole aperte ma studenti che restano a casa: 9 mila presenti su 27 mila, tra elementari e medie. Aeroporti a singhiozzo. Ferrovie Nord flagellate dai ritardi. Grandi vie d'accesso paralizzate: per fare 20 chilometri sulla Paullese ci vuole più tempo che per arrivare a Bologna. Sulle strade provinciali gli spartineve non li vede nessuno: alcuni trattori sono senza gasolio. Benedetta metropolitana: senza le tre linee che in poche ore sputano fuori più di 400 mila persone, l'8 per cento in più di un giorno normale, sarebbe la paralisi.
Il contro bollettino del Comune ammette i disagi, ma evidenzia che l'85 per cento degli uffici è rimasto aperto come l'80 per cento delle scuole. Il sindaco Moratti ringrazia i cittadini che hanno scelto i mezzi pubblici: si è sbilanciato nell'ottimismo, ma con le scuole aperte ha cercato di favorire le mamme lavoratrici. Scelta coraggiosa o decisione inopportuna? E il sale che manca: ma come, perché farsi prendere alla sprovvista? Doveva arrivare, dice Letizia Moratti. Ci sono problemi coi camion, bloccati ad Alessandria e a Cuneo. E gli spalatori introvabili? Incredibile ma vero: Milano li arruolerà dal Veneto e dal Friuli. Dieci euro all'ora. Nel pomeriggio sono già 700. Ma non servono più.
Avviliti, rampognosi, infradiciati come il cittadino esemplare De Carli alla fermata del bus 91, i milanesi si presentano sul posto di lavoro e scaraventano la loro indignazione sui tasti del computer. È un diluvio di proteste: dovevano dirci la verità, non dovevano sottovalutare i nostri problemi, serviva più umiltà, bisognava chiudere le scuole, non far pagare l'Ecopass, ridurre i disagi negli spostamenti, agevolare i percorsi dei bus, garantire la viabilità ai mezzi Atm… Una dissolvenza di lamentazioni segnala ancora una volta la difficoltà di gestire l'emergenza in una città complessa, fragile, vulnerabile, troppo autodipendente. Una città con un grande orgoglio ma anche tanti handicap. Il meteo, impietoso, parla di nevicata record: e questo è un'attenuante. Ma era tutto previsto, annunciato da giorni.
Così è impossibile fermare le polemiche, il cicaleccio politico, l'accusa di gestione improvvisata dell'allarme neve. L'opposizione chiede un rapporto del sindaco in consiglio, l'assessore provinciale all'Istruzione, Barzaghi, decreta la chiusura d'ufficio per due giorni di tutte le scuole di Milano e provincia. Ma è un altro scivolone, come quello di tanti anziani sui marciapiedi: non ha i titoli per farlo. Il sindaco Moratti lo smentisce: le scuole di Milano oggi restano aperte. L'emergenza, forse, è finita. Domani si vedrà.

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Asili nido, 15 mila euro a bimbo

da Corriere della Sera

È
sempre stato uno dei pezzi forti della propaganda politica. Da che mondo è mondo, quale ministro o politico non ha promesso un impegno straordinario per gli asili nido? Nel 1997 il ministro della Solidarietà sociale Livia Turco annunciò la riforma. Otto anni più tardi Grazia Sestini, sottosegretario del governo Berlusconi, rivendicò polemizzando con il segretario dei Ds Piero Fassino un aumento
monstre «da 140 mila a 240 mila» del numero dei piccoli ospitati dagli asili nido. L'anno seguente Romano Prodi promise che nella sua legislatura avrebbe «raddoppiato i posti». Antonio Bassolino, presidente della Campania, regione nella quale gli asili vanno cercati con il lanternino, proclamò nel 2007: «Vogliamo raggiungere l'obiettivo di un asilo nido ogni ventimila abitanti». E un mese prima delle elezioni del 2008 l'ex ministro Rosy Bindi insisteva: «Entro il 2009 la copertura della domanda di asili nido raggiungerà il 15%».
Promesse e buoni propositi si sono tuttavia sempre scontrati con una dura realtà, che rende ancora attualissima la conclusione dell'indagine voluta nel 1984 dall'allora ministro Costante Degan: «La massima parte degli asili nido è concentrata nell'Italia centro settentrionale mentre una carenza si registra nelle Regioni meridionali e insulari. Motivo di preoccupazione è poi l'elevato costo di gestione dovuto sia alla parcellizzazione degli acquisti per vitto e materiali di consumo sia al mantenimento di personale spesso più numeroso delle necessità».
Per avere conferma chiedere al sindaco di Roma Gianni Alemanno che il 30 ottobre 2008 ha avvertito il ministro dell'Economia Giulio Tremonti: «Anche lui si deve piegare alla necessità di nuovi asili nido. Dovremmo ragionare su una legge che spinga le grandi attività produttive, compresi gli enti pubblici, ad avere asili nido». Bella scoperta: sono anni che se ne parla inutilmente. Secondo uno studio dell'Ifel, organismo dell'Associazione dei comuni italiani, nella capitale il tasso di copertura delle domande di asili nido è fermo al 14%. E Alemanno si può leccare i baffi, perché è una percentuale ben superiore alla media italiana. L'ultimo dato certificato dall'Istat è dell' 11,4%. Un'indagine di Banca Intesa sostiene invece che per i soli istituti pubblici non si va oltre l'8%, «con punte estreme del 21% in Emilia-Romagna e dell'1% in Campania».
Ma cambia davvero poco, soprattutto se si considera che l'obiettivo di Lisbona concordato in sede europea stabilisce che per il 2010, cioè il prossimo anno, ogni Paese dell'Unione debba avere tanti asili nido da soddisfare almeno il 33% della domanda.
Vero è che in Italia presenta domanda per far accedere i propri figli al nido soltanto l'11,3% di quelli che Banca Intesa definisce gli «utenti potenziali ». Ma è pur vero che l'offerta è così bassa che appena il 76% riesce a mandare i piccoli all'asilo comunale. E andrebbe ancora peggio se nel 2006 non fossero stati aperti 122 nuovi nidi, visto che nel 2005 i cittadini che riuscivano ad avere il posto non raggiungevano il 60% di quanti l'avevano chiesto.
Piuttosto il sindaco di Roma dovrebbe preoccuparsi, come 25 anni fa il ministro Degan, dei costi. Dallo studio dell'Anci, che ha passato al setaccio praticamente tutti i Comuni italiani, si ricava infatti che Alemanno spenderebbe di meno pagando una baby sitter a ogni bambino. Ogni posto in un asilo nido romano costa 15.049 euro l'anno: 1.254 euro al mese per dodici mesi. E non è affatto il record assoluto. Il Comune dove gli asili nido sono più salati è Leonforte, 14 mila anime in provincia di Enna: 15.746 euro, ovvero 1.312 euro al mese per un anno intero. Appena sette euro e cinquanta al mese più di quanto costi un posto al nido comunale di Ascoli Piceno: 15.656 euro l'anno. Scendendo ancora nella classifica, si incontrano la città ligure di Ospedaletti (15.575), il paese siciliano di Piraino (15.399), poi Ventimiglia (14.622), Vimercate (14.483) in provincia di Milano, Venezia (14.098), Nizza Monferrato (14.045), Borghetto Santo Spirito (13.856) in Liguria, Brescia (13.840), Marcianise (13.580) in Campania, Como (13.288).
Nella classifica stilata dall'Anci non mancano sorprese, che fanno sorgere molti interrogativi. Innanzitutto fra le grandi città italiane gli asili nido di Roma sono i più costosi in assoluto, considerando che la media delle metropoli è di 6.802 euro pro capite l'anno. A Roma costano quasi il doppio rispetto a Milano (7.774 euro l'anno), città che può soddisfare il 22% delle domande. Ancora meno che nel capoluogo lombardo costano gli asili al Comune di Napoli: 5.830 euro l'anno pro capite. Peccato però che nel capoluogo campano il tasso di copertura delle domande non vada oltre il 4%.
Ma anche da questo punto di vista c'è chi sta peggio. A Foggia, tanto per fare un caso, trova posto nell'asilo pubblico appena un bambino su cento. A Reggio Calabria e Marcianise, Sant'Antimo, Nocera Inferiore e Torre Annunziata, tutti comuni della Campania, uno su cinquanta. A Vittoria, in Sicilia, e San Giovanni in Fiore, provincia di Cosenza, tre su cento. Sugli stessi livelli di Napoli ci sono anche Castelfranco Veneto, Vimercate (Milano) e Tivoli, in provincia di Roma. Appena meglio va a Pomigliano D'Arco, ma anche a Cesano Maderno, in Lombardia, Civitanova Marche, Besana in Brianza e Capannori (Lucca): qui il tasso di copertura è del 5%. A dimostrazione del fatto che anche al Nord ci sono condizioni difficili.
Come anche al Sud, d'altra parte, si trovano situazioni che demoliscono molti luoghi comuni. Tipica quella di Campofranco, un paese di circa 3.600 abitanti nella provincia di Caltanissetta. Va da sé che con una popolazione così esigua l'esistenza stessa di un asilo nido fa sembrare quello di Lisbona un obiettivo di retroguardia.
Ma un tasso di copertura del 90% non si registra, secondo lo studio dell'Anci, nemmeno nei più ricchi ed efficienti comuni settentrionali. Ci si avvicina, per modo di dire, Gaglianico, 4 mila abitanti nella provincia di Biella, dove c'è posto all'asilo nido comunale per i due terzi dei potenziali utenti.
Più o meno come accade in un altro comune siciliano, Caltabellotta, nella provincia di Agrigento, che con il 65% supera di un soffio anche la cremonese Piadena (64%). Sotto questo livello si trovano Peccioli (Pisa) con il 62%, Arcidosso (Grosseto) con il 56%, e poi Fogliano Redipuglia, in Friuli Venezia Giulia, e Ghemme, in Piemonte, con il 52%. Fino al 50% di Brescello, il paese dove Giovannino Guareschi ambientò la saga di Peppone e Don Camillo.
Bisogna precisare che si tratta di Comuni piccoli, che raramente superano 5 mila abitanti. Ben diversa è la situazione degli asili nido anche nelle più ricche e organizzate città del Centro Nord. L'unico capoluogo di Regione che supera il fatidico obiettivo di Lisbona è Bologna, con il 35%. Firenze si ferma al 29%, quattro punti al di sotto della soglia stabilita in sede europea.
Differenze enormi ci sono anche nei costi del servizio. Al comune di Massafra, 32 mila abitanti nella provincia di Taranto, un posto nell'asilo nido costa appena 1.074 euro l'anno: 89 euro e cinquanta al mese. Quasi quindici volte meno di Leonforte, quattordici meno rispetto a Roma, e un euro in più nei confronti di Montignoso, in Toscana. Che per un pelo non è il comune con l'asilo meno caro d'Italia.

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«Niente cure mediche ai clandestini in Friuli» E i medici insorgono

da Corriere della Sera

UDINE — «I clandestini, in teoria non esistono: però ci sono». La sintesi è di Danilo Narduzzi, capogruppo della Lega nel consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. In effetti, i sindacati calcolano che in Friuli gli immigrati irregolari siano circa 20 mila, che tra loro ci siano 11 mila badanti, e che molti altri siano transfrontalieri che vorrebbero regolarizzare (diritti ma anche doveri) la loro posizione. Insomma, gli irregolari ci sono e le conseguenze sono varie. In materia sanitaria, per esempio: il clandestino se sta male va dal medico, spesso al pronto soccorso, e chiede di essere curato. In questo non si distingue da chi ha il permesso di soggiorno o da un italiano. Ma a quel punto il dottore cosa deve fare? L'azienda per i Servizi Sanitari numero 6, quella di Pordenone, ha invitato con una lettera tutte le strutture pubbliche della Regione a continuare nei programmi di assistenza e cura degli immigrati irregolari avviati dalla giunta di centrosinistra che ha governato il Friuli fino alle scorse elezioni. E infatti: «Bisogna curare e garantire assistenza a tutti, senza distinzione» afferma Luigi Conte, presidente dell'Ordine dei medici di Udine. Lui considera intollerabile la posizione della Lega, che vuole limitare le cure per i clandestini agli interventi urgenti e non differibili, e vorrebbe anche che i pazienti senza permesso di soggiorno fossero segnalati alle autorità. «Il medico non è un delatore» tuona Conte, preoccupato dal pericolo «per gli individui e la collettività » che verrebbe dalla nascita di una «clandestinità sanitaria », o una «sanità parallela» priva di controllo. «Uno dei rischi — spiega — è che aumenti la diffusione di patologie». La Lega ribatte a muso duro: «Questo è terrorismo mediatico. Epidemie non ce ne sono mai state, al limite il pericolo è quello di attentati » dice Narduzzi. Che poi presenta in questi termini la questione- sanità: «Grazie a progetti della precedente amministrazione di centrosinistra, i clandestini in Friuli godono di assistenza gratuita per prestazioni di ogni tipo, persino la pulizia dei denti... Certo, la Bossi-Fini prevede che chiunque abbia bisogno di cure urgenti debba essere assistito, anche se è irregolare. Noi, però, crediamo che le terapie non urgenti vadano sospese, perché i clandestini sono da espellere». Non tutti, nella maggioranza di centrodestra che governa la Regione, la pensano così. Sia l'assessore alla Sanità Vladimir Kosic, un tecnico, sia il vicepresidente della commissione sanità in consiglio Massimo Blasoni, del Pdl, sono convinti che per questioni di civiltà e tutela della salute tutti vadano curati. «Proporremo una mozione per definire linee di politica sanitaria che seguano i principi del centrodestra — attacca la Lega —. Non solo: chi è curato e non ha il permesso di soggiorno deve essere segnalato».
È la stessa querelle che si scatenò a livello nazionale in autunno, dopo la presentazione del pacchetto sicurezza. Un emendamento prevedeva che i dottori denunciassero eventuali pazienti- irregolari. Anche in quel caso i medici si opposero. L'emendamento, per ora, è stato ritirato. Narduzzi spera che venga riproposto in Consiglio dei ministri. Nell'attesa, in Friuli la Lega ha tentato una fuga in avanti. Tanto che l'Udc, che qui è nella coalizione di governo, chiede una verifica: «Qualunque essere umano va assistito — dice il segretario regionale, Angelo Compagnon —. Poi, in seconda battuta, bisognerà segnalare il fatto alle autorità. In ogni caso di tutto ciò non c'è traccia nel programma, la maggioranza dovrebbe sedersi attorno a un tavolo e discuterne ». E ancora non basta: da due giorni la Cgil chiede le dimissioni del presidente del consiglio regionale, il leghista Edouard Ballaman, famoso per aver diffuso in Italia il film contro l'Islam radicale di Theo Van Gogh. È accusato di aver tradito «lo spirito super partes del suo ruolo» schierandosi a favore della Lega sulle cure agli irregolari. Il Pd considera la sua uscita «censurabile e inaccettabile». L'Udc sottolinea che «i compiti istituzionali non hanno colore politico». E tutto questo, in fondo, perché è solo nelle teorie che i clandestini non esistono.

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La riforma dell'università alla Camera Passa la fiducia, oggi il voto finale

da Corriere della Sera

ROMA — Via libera al decreto Gelmini sull'università. la Camera ha votato la fiducia, la nona del governo Berlusconi, con 302 sì e 228 no e due astenuti. Oggi il voto finale sul decreto, che doveva essere convertito, pena decadenza, entro il 9 gennaio. Con questa legge il ministro Mariastella Gelmini intende rendere più trasparente la gestione delle università, combattere le «baronie» e favorire il rientro dei cervelli. Per il reclutamento di professori e ricercatori universitari saranno formate commissioni tramite il sorteggio degli esaminatori, riducendo a uno il numero dei docenti nominati dalle facoltà. Inoltre i docenti dovranno dimostrare di avere fatto ricerca scientifica, attraverso l'anagrafe nazionale delle pubblicazioni. Ci sarà il blocco delle assunzioni per le sole università con una spesa per il personale troppo elevata, ma per favorire l'assunzione dei giovani ricercatori il turn over sarà innalzato al 50% In più, per attirare i migliori, le università potranno procedere alla copertura di posti attraverso la chiamata diretta di studiosi «stabilmente impegnati all'estero» o «di chiara fama». . Aumenteranno anche i finanziamenti alle Università migliori sulla base dei criteri dell'offerta formativa, della qualità della ricerca scientifica, e di qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche. Infine, più borse di studio e 65 milioni di euro per la realizzazione di nuove residenze universitari. Per gli studenti universitari si tratta di un «altro giorno triste, con il destino dell'università deciso in modo autoritario e senza discussione».
Il voto è stato caratterizzato dal maltempo. La neve al Centro-Nord, con le conseguenti difficoltà incontrate dai deputati delle regioni settentrionali per raggiungere Roma, ha destato nella maggioranza la preoccupazione di non avere i numeri in Aula. Da qui la decisione, assunta dal presidente della Camera Gianfranco Fini una volta sentiti tutti i gruppi parlamentari, di far slittare di due ore la votazione. Una scelta, questa che però non sarebbe stata digerita inizialmente tanto di buon grado sia dall'Idv sia dal Pd.

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Buche d'oro, costano 4 mila euro l'una

da Corriere del Mezzogiorno, Napoli

NAPOLI — Non si può dire che non ci abbiano provato. L'elenco degli assessori che ha cercato di venire a capo della città groviera è lungo. Ma un fallimento ha seguito ogni progetto e l'ultima idea, in ordine di tempo, il Global service, ha avuto conseguenze imbarazzanti. E così si sono allargate le voragini in strada e la spesa per far fronte al problema è cresciuta esponenzialmente.
Al momento ogni buca in città costa 4mila euro. Avvallamenti d'oro sui quali pesa non solo il costo della manutenzione ordinaria, ma anche quello dei risarcimento richiesti da chi nelle buche ci è finito passeggiando a piedi, oppure su un mezzo a due ruote o in auto.
Il conto è presto fatto. Sono circa 1.500 le richieste di risarcimento che ognni anno piovono sul Comune. Il riconoscimento economico medio — di qui al pagamento ce ne passa — è pari a circa 1500 euro. In tutto circa 2 milioni e mezzo di euro all'anno. «E' all'incirca questo il costo del problema — conferma l'assessore alla manutenzione urbana Agostino Nuzzolo —, anche se non conosciamo i dati ufficiali». Ma a questi soldi va aggiunta la manutenzione ordinaria: riparare ogni buca costa 2.350 euro in media. Una cifra che viene fuori da un calcolo elaborato su dati che fornisce lo stesso assessore. «Lo scorso anno sono stati stanziati in bilancio 700mila euro per questa voce di spesa — spiega Nuzzolo — e negli ultimi giorni di dicembre sono state riparate 200 buche per un costo di 470mila euro». Insomma i soldi per la manutenzione e quelli per i risarcimenti sommati fanno un totale di circa 4mila euro. Ma c'è di peggio, poiché lo stesso Nuzzolo ammette che «tappare le buche è un intervento a perdere se fatto dopo la pioggia. Facilmente si sfalda e questo è il motivo per cui a volte pare non si intervenga a dispetto della manuntenzione svolta. Comunque i soldi di cui abbiamo avuto modo di disporre lo scorso anno sono nettamente insufficienti rispetto alle esigenze. Ci occorre almeno il triplo».
Oltre 2 milioni di euro l'ordinario sulla viabilità principale — su quella secondaria intervengono le municipalità —, ma fino a quando il bilancio non verrà approvato non ci sarà possibilità di avere un solo euro. Nuzzolo intende affidare la manutenzione ordinaria attraverso una gara biennale e monitorare lo stato di salute delle strade attraverso un servizio interno al Comune.
«Per la manutenzione straordinaria la Regione ha promesso lo stanziamento di 15 milioni di euro nell'ambito della supergiunta — aggiunge — che saranno spesi per la sicurezza stradale. Intendiamo utilizzarli per la pavimentazione di alcune strade. Occorre procedere alla progettazione di interventi che dovranno essere sottoposti al placet della Regione». Fra le strade cui sarà data precedenza ci sono la Galleria della Vittoria — dove meno di due mesi fa perse la vita l'attore Franco Nico — via Manzoni, via Galileo Ferraris, via Don Bosco e via Caracciolo.

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Turismo, assunzioni rinviate e part-time

da Corriere del Veneto

VENEZIA – Un fondo regionale per tutelare i lavoratori del settore alberghiero e il comparto turistico che non possono contare sui tradizionali ammortizzatori sociali come la cassaintegrazione.
E' la proposta avanzata ieri mattina dai sindacati e accolta dagli albergatori veneziani durante una riunione convocata per fare il punto su un'annata difficile che avrà forti conseguenze sui livelli occupazionali, con la prospettiva di un migliaio di stagionali a rischio. I direttori della maggior parte degli hotel di lusso, infatti, hanno già anticipato l'intenzione di rimandare le assunzioni stagionali di qualche mese in attesa dei risultati del periodo di Carnevale e hanno avanzato l'ipotesi di assunzioni part-time per contenere i costi del personale. Le previsioni per il primo trimestre del 2009 sono negative e la maggior parte dei lavoratori stagionali non ha ancora ricevuto chiamate. «Non è ancora il momento di parlare di licenziamenti per il 2009 – dice la direzione della Turin Hotel International, la società del San Clemente Palace – ma la crisi ci costringe a scaglionare gli stagionali. Ne assumeremo alcuni a febbraio e altri dovranno attendere il periodo di Pasqua quando inizierà l'alta stagione». Il futuro dei sessanta stagionali del San Clemente dunque dipende dal flusso dei visitatori dei prossimi sei mesi. Ma anche i centoquaranta dipendenti potrebbero vedere una riduzione d'orario se l'andamento risultasse negativo. Leggeremente diversa è invece la situazione dell'Hilton alla Giudecca. Mario Ferraro, direttore del Molino Stucky, ammette una flessione degli arrivi, ma conta sul successo del settore congresssuale. «Nel 2008 abbiamo avuto più di centomila visitatori e quest'anno contiamo di incrementare il numero di qualche migliaia di unità – sottolinea Ferraro – Abbiamo un forte settore commerciale e non prevediamo di ridurre il personale che conta ducento dipendenti. Ma noi siamo solo al secondo anno di attività e quindi la situazione è diversa rispetto ad altri alberghi». Anche nel caso dell'Hilton però le assunzioni dei circa cinquanta stagionali saranno scaglionate a partire dai mesi di marzo e aprile con l'apertura della stagione congressuale ed è comunqnue previsto un aumento dell'esternalizzazione dei servizi. La catena americana da anni infatti si avvale di società esterne per la pulizia ai piani, per i convegni e per alcuni settori della ristorazione. «Gli appalti esterni non possono essere una soluzione occupazionale nemmeno in un momento di grave crisi come questa – avvertono i sindacati – perché questo significa sconvolgere il mercato del lavoro». Nonostante la crisi gli albergatori si sono detti ottimisti per una ripresa nel 2010 e hanno parlato di una politica di contenimento dei licenziamenti. «Finora non abbiamo visto nessuna cifra e non si sa quale sia il quadro – spiega il segretario della Fisascat Cisl Andrea Gaggetta – gli albergatori parlano di crisi in generale ma è stato un primo incontro di ricognizione e non si è discusso della situazione nel dettaglio ». Il presidente dell'Ava Franco Maschietto e il direttore Claudio Scarpa inoltre non hanno partecipato all'incontro con i sindacati e si sono limitati a inviare i loro delegati. «In vista della crisi occupazionale ci sarà un secondo incontro più approfondito già la prossima settimana per coinvolgere anche gli enti locali – aggiunge Massimo Petrella della Filcams Cgil – per discutere della possibilità di integrare gli stipendi degli stagionali assunti per un periodo di tempo più breve». Nella giornata di oggi intanto si giocherà la partita dei quarantacinque lavoratori del Danieli, del Gritti e dell'Europa e Regina che rischiano il posto nel nuovo piano di riduzione del personale della Starwood: i sindacati chiederanno ai vertici della multinazionale americana il ritiro dei licenziamenti e un nuovo piano di investimenti.

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La battaglia della Marmolada allarme per un mega resort ai piedi dell´ultimo ghiacciaio

da Repubblica

ROCCA PIETORE (Belluno) - Ci sono anche sindaci felici. «Il Grand Hotel Marmolada wellness sarà costruito qui, dove c´è il grande parcheggio per la funivia. Gli chalet saranno poco lontano, sulla strada verso la centrale idroelettrica. Ma saranno fatti bene, sembreranno i fienili di una volta». Il sindaco contento è Maurizio De Cassan, 53 anni, albergatore a Malga Ciapela e primo cittadino di Rocca Pietore. «Gli hotel, e anche le seconde case, continuano a pagare l´Ici. Così avremo i soldi per il bilancio comunale».
Un tempo, a Malga Ciapela, salivano solo i pastori per portare le vacche in alpeggio. Adesso parte da qui la funivia per la Marmolada. Parte da qui anche l´ultimo attacco alla Regina delle Dolomiti. Il Grand Hotel Marmolada non sarà un piccolo albergo di montagna, poche stanze, piumoni, stube, minestrone, capriolo con polenta. Nel palazzo centrale ci saranno 100 appartamenti e attorno saranno costruiti 54 chalet: in tutto 248 stanze, più il centro benessere, quello per congressi, piscine coperte, saloni, negozi, palestre� Ottanta - novantamila metri cubi di cemento davanti alla montagna più bella, la Marmolada.
«È uno scempio ambientale, e non solo» dice Fausto De Stefani, presidente dell´associazione ecologista Mountain Wilderness. «La vita sulle Alpi si difende costruendo un equilibrio fra le comunità. Qui invece arriva una massa di cemento, imposta da interessi imprenditoriali, che rompe ogni equilibrio. L´identità e la storia di Rocca Pietore vengono cancellate. Gli artigiani e i piccoli imprenditori di questa conca avranno purtroppo un solo futuro: andare a fare i camerieri al Grand Hotel».
L´insulto alla Regina delle Dolomiti dura ormai da troppi anni. Strade scavate nel ghiacciaio per costruire i nuovi impianti della funivia, crepacci usati come discariche, silenzio spezzato dagli elicotteri che portano in vetta gli appassionati di eliski. Non si scompone, il sindaco albergatore Maurizio De Cassan. Resiste anche alle critiche dei suoi colleghi della Federalberghi, che hanno definito il progetto «una svendita del territorio, un´eresia, perché non può esistere turismo senza bellezza». «Quelli lì - dice - parlano senza conoscere bene le cose. Qui alberghi a 4 o 5 stelle non ne abbiamo e certi clienti non vengono nei nostri tre stelle. E poi piscine e centro benessere saranno aperti anche ai clienti degli altri hotel che faranno le convenzioni».
Tutto iniziò nel 2005, quando in consiglio comunale venne approvata la cosiddetta «variante Vascellari», pochi giorni prima che la Regione Veneto bloccasse le modifiche ai Prg. Mario Vascellari è presidente della società Tofana Marmolada proprietaria della funivia che porta in cima alla regina delle Dolomiti (ristrutturata nel 2005 con 15,5 milioni di euro, 6 dei quali dati dalla Regione Veneto a fondo perduto). Valentino Vascellari, fratello di Mario, è il presidente dell´Associazione industriali di Belluno (e socio nella società della funivia) che l´altro giorno ha presentato il progetto di Malga Ciapela assieme ad un altro hotel da 180 camere a Sappada. «I fratelli Vascellari - dice il sindaco Maurizio De Cassan - sono anche i soci principali della società che vuole costruire il Grand Hotel resort. Del resto, la variante del 2005, quella che abbiamo approvato in consiglio, l´avevano preparata, e pagata, proprio loro. Così ho risparmiato i soldi della comunità».
Contro il «mostro della Marmolada» si alzarono subito polemiche. «Nonostante le proteste il progetto è rimasto quello iniziale. Il corpo centrale sarà alto 12 metri e mezzo, più qualche torre». Già oggi gli appartamenti non mancano, a Rocca Pietore e frazioni. Secondo il censimento del 2001 per 1.451 abitanti (e 650 famiglie) ci sono 1.887 abitazioni. «Penso che in 5 anni - dice il sindaco - il resort sarà realizzato. Credo che costerà 50 milioni».
Walter De Cassan, presidente della Federalberghi di Belluno, è infuriato con il quasi omonimo sindaco di Rocca Pietore e con chi, come lui, «butta via il territorio». «Il Grand Hotel di Malga Ciapela è una follia. Nel bellunese i letti degli alberghi sono occupati solo per il 40%. Il problema è fare conoscere le nostre Dolomiti, altro che costruire nuovi hotel portando tonnellate di cemento sulla Marmolada».
Per capire la differenza fra un hotel a gestione familiare e l´albergo gestito da una catena nazionale o internazionale, basta entrare all´hotel Principe Marmolada, a Malga Ciapela, che fa parte della Emmegi hotel srl con sede a Milano. Con sette gradi sottozero nel menù del pranzo si offrono riso all´inglese e prosciutto e melone. Nessuna traccia di zuppe o polenta. Acquisti e menù sono decisi a livello nazionale, e la tavola del ristorante davanti alla Marmolada è uguale a quella di un self service milanese. «Il grande complesso alberghiero - dice Luigi Casanova, vice presidente di Cipra, la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi - è invadente, cancella l´identità della popolazione locale, frantuma le filiere corte dell´economia che ancora oggi resistono. Cancella l´artigianato, i piccoli albergatori, gli affittacamere».
La battaglia di Mountain Wilderness per difendere «l´ultimo vero ghiacciaio delle Dolomiti» è iniziata nel 1988. «In quell´estate - ricorda Fausto De Stefani - raccogliemmo centinaia di sacchi di immondizie sotto la parete sud. Ci calammo nei crepacci per raccogliere funi, plastiche, prodotti chimici, rifiuti di ogni tipo scaricati dalla società della funivia assieme a oli esausti e carburanti».
Per questo inquinamento la società funivie Tofana Marmolada è stata multata di 100.000 euro, da pagare alla Provincia di Belluno come risarcimento per danni ambientali. Il 4 febbraio 2008, a Cavalese, tre rappresentanti della stessa società sono stati condannati a 8 mesi di reclusione (indultati) per avere costruito senza autorizzazioni una strada di accesso al cantiere della funivia, nel cuore del ghiacciaio. Fra i condannati anche il presidente della società, Mario Vascellari, che assieme al fratello Valentino (il presidente degli industriali bellunesi) ora ha il permesso di costruire il mega resort di Malga Ciapela. Valentino Vascellari non ha certo risparmiato elogi al progetto. «Il turismo bellunese - ha detto - uscirà dall´età della pietra». Ed entrerà nell´età del cemento ad alta quota. Colato fra i cristalli di ghiaccio della Marmolada.

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Acqua, i single la pagheranno cara

da Repubblica, Bologna

Col nuovo anno arriva una rivoluzione nella bolletta dell´acqua e i single la pagheranno più cara. È stato infatti approvato l´allargamento a tutta la provincia del sistema di tariffazione pro-capite che ha l´obiettivo di favorire le famiglie numerose e contrastare gli sprechi. Quando? Il prima possibile, perché Provincia e Comune di Bologna (il cliente più spinoso dal punto di vista tecnico) contano di mettere a punto il complesso listino entro gennaio, permettendo alla nuova bolletta di esordire già nei primi mesi dell´anno. Una fretta che causa qualche mal di pancia tra i sindacati, che avrebbero gradito una maggiore informazione e che si preparano a dichiarare guerra alle società di lettura.
Chiave di volta del pro-capite è il consumo standard, pari in una coppia a 150 litri al giorno per persona. Grazie ad un sistema di coefficienti moltiplicatori questo limite viene tarato sul numero effettivo degli abitanti dell´appartamento, permettendo così alle famiglie numerose che oggi rientrano nelle fasce di prezzo più alte a causa dei consumi elevati di rimanere in quelle più convenienti, risparmiando così, secondo i calcoli della Provincia, da 50 a 70 euro all´anno per una famiglia di 4-5 persone. Vengono al contrario penalizzati i singoli che forti della tariffa attuale potevano permettersi di utilizzare più acqua pur restando nelle fasce di prezzo più basse. A loro verrà chiesto di risparmiare per non pagare gli extra. Il sistema, votato all´unanimità prima di Natale dall´assemblea di Ato 5 (l´Agenzia d´ambito che si occupa di acqua e rifiuti), verrà esteso a tutti i comuni della provincia entro il 2009 e ben presto anche a Bologna, il territorio più complicato dal punto di vista tecnico per la presenza di molti condomini e tante situazioni particolari come gli studenti fuori sede: già dall´anno scorso del resto le società di lettura hanno avviato la raccolta dati necessaria per avviare la nuova tariffa. «Dovremmo partire già dal prossimo mese - spiega Anna Patullo, assessore all´Ambiente di Palazzo d´Accursio - ora sarà interesse di tutti dichiarare le presenze effettive negli appartamenti, perché solo in questo modo si potrà accedere alle tariffe agevolate e spendere meno. È un´operazione importante per cui avvieremo presto una capillare informazione, utilizzando anche i siti più frequentati dagli studenti». A chi non fornirà i dati richiesti verrà assegnata la tariffa meno conveniente, quella da persona singola. «Col nuovo sistema si raggiungono due risultati - aggiunge l´assessore provinciale all´Ambiente Emanuele Burgin - far pagare tutti in modo più equo e promuovere la cultura del risparmio dell´acqua. Il piano tariffario completo verrà definito presumibilmente entro gennaio in modo da usare il pro-capite già dalla prossima bolletta, altrimenti dovremo intervenire con dei conguagli». Chiedono più informazione i sindacati, che spingono da tempo per l´introduzione della tariffa ma adesso chiedono più cautela per valutare i risultati della sperimentazione avviata l´anno scorso in nove comuni. «Trovo stupefacente che non si faccia una verifica attenta prima di passare al nuovo sistema - attacca Andrea Caselli della Cgil - vigileremo e nel caso chiederemo correzioni». «Altro problema da affrontare subito sono le società di lettura - aggiunge Fabrizio Ungarelli della Cisl - che si fanno pagare dai cittadini l´invio delle informazioni sul numero dei componenti. In questo modo hanno incassato più di un milione di euro che non era previsto dall´accordo che abbiamo firmato con la Provincia. Stiamo preparando un cd informativo che insegni ai cittadini e agli amministratori di condominio come calcolare le proprie bollette da soli».

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Associazioni onlus e teatri nelle corsie preferenziali

da Repubblica, Palermo

In corsia preferenziale non ci sono solo politici e consoli. Con il pass rilasciato dall´ufficio Traffico circolano contromano anche associazioni, teatri ed enti di formazione professionale.
Dal Teatro Massimo, che conta però solo un permesso assegnato al sovrintendente Antonio Cognata, al Teatro Biondo che invece ne ha ben sei: al direttore Pietro Carriglio il Comune ne ha assegnati quattro. Uno è invece intestato a Giovanni Caruso, un altro a Guido Correnti.
Lunga è anche la lista dei permessi concessi alle associazioni. La cooperativa sociale onlus "h 21 Vivere Insieme", per esempio, nata nel 2001, ne ha ben 20: otto intestati direttamente al presidente Antonio Tornabene, gli altri all´associazione. La onlus, che ha sede in via Di Marco, come si legge sul sito, si occupa di trasporto disabili. Un servizio che viene erogato, anche se con agevolazioni, a pagamento. Un tagliando è stato concesso pure all´associazione Zagara di Anna Federico: «Lo utilizziamo esclusivamente su una macchina di servizio che utilizziamo per l´assistenza domiciliare agli anziani», precisa. Nell´elenco dei 1.060 privilegiati del traffico c´è anche Marcello Barbaro, presidente del Cidma, il Centro internazionale di documentazione antimafia di Corleone. Ma un tagliando (anzi due) lo ha conservato anche il vecchio presidente del centro, l´ex sindaco di Corleone Nicolò Nicolosi. E il Ciem? Francesco Paolo Curione, presidente del centro di internazionalizzazione e promozione dell´economia euromediterranea, società partecipata dall´Ente Fiera del Mediterraneo che è sull´orlo del fallimento, ha ben due cartoncini da padrone del traffico. Paolo Genco, dirigente regionale dell´Anfe, associazione nazionale famiglie emigrati, invece ne ha ottenuti addirittura tre. Come Igea Buccellato che ha avuto i tre lasciapassare per l´associazione onlus Samo, che si occupa dell´assistenza ai malati oncologici. Senza contare i cinque permessi rilasciati al cognome D´Arpa per il Telefono Azzurro.
Due pass sono a nome di Pietro D´Aiuto, della Uildm, Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, mentre due sono intestati a Irene Ingrassia della Omnic, Opera nazionale mutilati e invalidi civili. E non mancano nemmeno un permesso per la casa famiglia Jesus e uno per l´associazione Alzheimer Palermo diretta da Gaetano Lisciandra. La Fondazione Elaian, che non un sito Internet né un recapito telefonico, ha ottenuto invece ben quattro tagliandi, tutti a nome di Antonino Mascarella. Milena Mogavero Lo Forte, della Thalassa, risulta assegnataria di sei lasciapassare.
Un permesso è intestato anche ad Antonio Marino, della Federazione italiana motostaffette, che in genere si batte per la mobilità sostenibile. Uno è andato alla Terzo Millennio, anche se non è stato assegnato al patron Andrea Peria ma direttamente alla società. Un pass va anche all´associazione Politea, anche questa introvabile su Internet, che si occupa di pubblicità.
Sulle corsie preferenziali, poi, non mancano gli enti di formazione professionale: Antonio Perricone, vicino al Movimento per l´autonomia del governatore Raffaele Lombardo, ha un permesso tutto suo. Fa meglio Francesco Riggio, presidente del Ciapi, che ha invece due tagliandi.
Sul caso interviene il capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale, Giulio Tantillo, che ammette: «Nel meccanismo di rilascio dei pass qualcosa non ha funzionato - dice - a leggere l´elenco degli autorizzati salta subito all´occhio. D´ora in poi i permessi devono essere drasticamente ridimensionati e assegnati soltanto a chi ne ha davvero diritto».

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