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Quote rosa nella Pa? Più progetti che posti

Cinque uomini per ogni donna. Non è una proiezione di come sarà il mondo tra due secoli. È la descrizione di una realtà assolutamente contemporanea. In questo rapporto c’è la paradossale demografia delle pubbliche amministrazioni italiane. O, almeno, dei loro vertici a livello locale. Nelle regioni, infatti, appena il 21% dei dirigenti di alta amministrazione è donna. In comuni e province questa percentuale cambia di poco: sono circa il 20 per cento. Se, poi, guardiamo alle posizioni non di vertice, il rapporto tra uomini e donne diventa di tre a uno. Segno che l’impermeabilità al sesso femminile dei posti di lavoro cresce con il salire della catena di comando. Un dato suffragato da una constatazione: sono gli organi politici il luogo dove la parità di genere è davvero rimasta un progetto sulla carta. Come confermano anche i numeri di uno studio preparato dall’Osservatorio donne nella pubblica amministrazione, promosso da futuro@lfemminile e da Forum Pa. Anche se, enti locali a parte, non mancano i casi positivi: Inps, Inail, agenzia delle Entrate godono tutte di un rapporto più equilibrato tra uomini e donne. Eccezioni che confermano la regola. Che è, appunto, quella di una Pa in cui le pari opportunità sono soprattutto uno slogan. Un esempio significativo arriva dalla Lombardia. «La regione promuove il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo», recita l’articolo 11 dello statuto, varato appena due anni fa. Tradotto dal burocratese, il messaggio è semplice: bisogna assicurare l’accesso delle donne alla giunta del Pirellone. Se non proprio la parità, serve una degna rappresentanza. Almeno in teoria. Perché nella pratica il rapporto tra uomini e donne nel governo Formigoni è di 15 a 1. Con la sola leghista Monica Rizzi a tenere il vessillo delle quote rosa. E non si tratta di un caso isolato. La presenza femminile in consigli e giunte di regioni, comuni e province è ancora bassissima. Nonostante nel lontano 2000 il testo unico degli enti locali abbia fissato il principio della parità di genere, da rispettare in tutti gli statuti per la composizione delle giunte. E anche se la legge 165 del 2004 ha aperto la strada alla determinazione di quote per la composizione delle liste elettorali. Oggi sono otto le leggi regionali che contengono tale previsione: quelle del Lazio, Puglia, Toscana, Marche, Campania, Umbria, Abruzzo e Calabria, che fissano vincoli per la composizione delle liste. Nonostante tutto questo, nelle giunte regionali il rapporto tra donne e uomini è soltanto di uno a cinque. Nei consigli regionali, addirittura, è di uno a dieci. Numeri confermati anche dalla composizione delle assemblee e degli esecutivi comunali e provinciali. A guardare la realtà di alcune regioni, incredibilmente, queste medie nazionali appaiono addirittura un confortante miraggio. In Calabria lo statuto fissa tra i suoi obiettivi «la rimozione di ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, economica e culturale». L’auspicata rimozione di questi ostacoli, evidentemente, deve essere stata più difficile del previsto, perché in giunta, a fronte di dieci uomini, c’è la sola vicepresidente Antonella Stasi. Esattamente lo stesso dieci a uno che incontriamo in Campania, dove lo statuto vincola la regione «a promuovere la presenza equilibrata dei due generi in tutti gli uffici e le cariche pubbliche». E sui banchi dell’esecutivo siede un’unica donna: Caterina Miraglia, delega all’Istruzione. Un po’ meglio il Veneto, il cui statuto impegna la regione a «rendere effettiva la parità sociale della donna». Ma di donne in giunta ne compaiono appena due, contro dieci uomini. In tutti questi casi gli statuti non fissano espressamente quote. Ma, quando questo accade, le quote diventano un boomerang. La carta del Lazio, ad esempio, prevede che nella composizione della giunta «il numero degli assessori appartenenti allo stesso sesso non sia superiore a undici». Escluso il presidente della regione. Attualmente gli assessori sono quindici: undici uomini e tre donne. E il governatore Polverini detiene ad interim la delega alla sanità. Quindi, l’accesso di altri uomini all’esecutivo è bloccato. Probabile che, al momento di assegnare in via definitiva una delega così strategica, si sarà costretti a un rimpasto di giunta. Il problema, però, non riguarda solo le regioni. Molti comuni non hanno donne in giunta. Succede, stando ai dati di Forumpa, a Siracusa, Cagliari, Vibo Valentia, Olbia, Viterbo, Potenza e Treviso. E nelle province di Frosinone, Rieti, Matera, Ascoli Piceno, Reggio Calabria, Catania, Oristano, Crotone, Fermo, Pescara, Pordenone, Viterbo e Agrigento. Sulla legittimità di queste situazioni, però, va fatta qualche precisazione. I comuni e le province che si trovano in regioni a statuto speciale non hanno vincoli; per loro vale solo un principio di opportunità che richiederebbe, almeno, una rappresentanza femminile minima. Gli altri, invece, ricadono nella previsione del testo unico degli enti locali, che chiede a tutti gli statuti di comuni e province di «promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali». Se lo statuto tace o se non rispetta il principio della parità tra uomo e donna, insomma, si è fuorilegge. Ma l’avanzata degli uomini, in qualche settore della Pa, si sta fermando. È il caso di Unioncamere, che sta aspettando il varo delle norme attuative della riorganizzazione delle camere di commercio: tra le novità ci sarà maggiore spazio alle donne nelle giunte camerali. Stessa aria tira all’Inail, dove su 22 dirigenti di I fascia ci sono quattro donne e su 168 dirigenti di II fascia ce ne sono 60. All’agenzia delle Entrate su 480 dirigenti, 144 sono donne. E all’Inps, sul totale dei dipendenti, le donne sono addirittura in maggioranza: 16mila contro 12mila. Gli uomini, comunque, non devono temere per le propria poltrona. Per il momento si tratta solo di rare eccezioni.

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