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Quel vizio di «fare cassa»

Il Comune di Milano sta per proporre al mercato un aumento di capitale di Sea a cui non parteciperà, diluendo la sua quota di partecipazione, cioè avviando una privatizzazione di fatto. Questa è l’ultima di tante operazioni di dismissione societaria e patrimoniale del Comune, dopo le autostrade, le farmacie, l’energia. Ma a quali condizioni una dismissione societaria o patrimoniale di un comune è condivisibile? Al proposito vi sono due semplici regole da rispettare nel settore pubblico: 1)Non si vende patrimonio per finanziare spese correnti. Allo stesso modo una famiglia non vende l’appartamento per pagarsi i consumi o le vacanze. Se ciò avvenisse sarebbe sintomo di crisi economico-finanziaria, che conduce nel medio-lungo periodo alla bancarotta. 2)Si vende patrimonio pubblico per acquisirne dell’altro, più utile socialmente, compatibilmente con le spese correnti sorgenti nella gestione della nuova infrastruttura a miglior utilizzo sociale. Gli appartamenti in affitto del Pio Albergo Trivulzio non dovrebbero incuriosire l’opinione pubblica soprattutto per le loro rendite e quindi ai loro affitti. La vera questione è un’altra. In una città come Milano, è sensato che un ente pubblico controllato dal Comune immobilizzi patrimonio in appartamenti, quando mancano infrastrutture sociali, le scuole sono quasi tutte da ristrutturare, mancano i soldi per fare i parchi? Il vero scandalo è la scarsa resa sociale più che finanziaria degli immobili, in una città sotto-dotata di infrastrutture pubbliche. Ovviamente la rimodulazione del portafoglio patrimoniale in funzione della massimizzazione sociale deve essere ponderata con i costi di gestione. Ad esempio scuole ammodernate invece che decadenti non aumentano i costi di gestione, così come poco incide un parco pubblico aggiuntivo; viceversa una nuovo centro per malati di alzheimer comporta costi correnti rilevanti per il Comune. Alla luce di queste due regole come giudicare le dismissioni societarie del Comune di Milano? Il Comune ha un bilancio di circa 2,3/2,5 miliardi annui, con uno sbilancio strutturale di 200 milioni all’anno. Questo è dovuto al fatto che da oltre 10 anni non si fanno aumenti tariffari (tariffe dell’acqua o dei mezzi pubblici tra le più basse d’Europa) e non si è mai razionalizzato il portafoglio dell’offerta dei servizi. L’assenza di politica di bilancio è una comunque una scelta, che determina il fatto che da anni il Comune vende alcuni gioielli di famiglia per finanziare lo squilibrio di parte corrente: vendiamo la casa per pagare i consumi. Questa evidenza impedisce di riflettere sull’applicazione del secondo principio, che è più soggettivo e “politico”, ovvero si è venduto per comprare/investire in cosa, perché il venduto è stato consumato e non è servito a infrastrutturare la città. Pertanto la discussione su Sea è inutile, perché la vendita è indispensabile per tamponare un altro anno il disavanzo strutturale di parte corrente del Comune di Milano. Questo ci porta a due considerazioni di policy necessarie e non praticate. Agli enti locali negli ultimi anni è stato chiesto di ampliare sempre più il perimetro della propria mission e in tempi di crisi, di divaricazione sociale tra i ceti, di crescita dei costi sociali dello sviluppo (si pensi al traffico o all’inquinamento dell’ambiente), il Comune è sempre quello che deve rispondere al bisogno sociale crescente. Parallelamente, la crisi della finanza pubblica ha imposto tagli ai trasferimenti agli enti. Quindi bisogna scegliere: più pressione tariffaria locale o più pressione fiscale locale o meno servizi. Il nostro dibattito di policy non riesce a mettere a fuoco queste ineludibili alternative e si nasconde dietro l’auspicio che l’efficientamento o il federalismo da soli possano coprire tutti i gap: ma questo sappiamo tutti non essere vero e, quindi, si coprono i buchi vendendo gioielli di famiglia. Ci piacerebbe invece un giorno vivere in città dove si va a votare scegliendo tra chi propone l’aumento della pressione tariffaria e fiscale in cambio del miglioramento dei servizi e chi propone invece il welfare comunale minimo, correlato a risparmi fiscali, perché crede nella auto-riproduzione della società, garantendo entrambi gli schieramenti equilibrio nei conti di parte corrente dell’ente. Quel felice giorno potremmo discute nel merito delle dimissioni. Qualcuno proporrà di vendere Sea per rifare le scuole, qualcun altro per aggiungere dei parchi pubblici, altri per la costruzione di nuovi teatri e biblioteche pubbliche. Altri proporranno il mantenimento di Sea come leva per lo sviluppo economico della regione. Oggi questa discussione non è disponibile, perché avendo messo la testa sotto la sabbia per evitare il dibattito di politica di bilancio , dobbiamo vendere per finanziare i consumi correnti.

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