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Quale che sia la manovra sarà comunque monca

Quale che sia l’esito del Consiglio dei ministri, di una cosa si è certi: sia la manovra, diluita negli anni, sia la riforma fiscale, saranno rimedi forse incisivi, ma privi di quella radicale ristrutturazione che la società richiederebbe. I tagli incideranno, ma lasceranno sostanzialmente inviolati i grandi settori produttori di spesa a getto continuo, che mai nessuno è riuscito ad arrestare. Non a caso sono àmbiti che toccano consolidati ed estesi interessi. Parliamo della sanità. Da quando, vigente il compromesso storico Dc-Pci, è entrato in funzione il servizio sanitario nazionale, tutti hanno cercato di frenarne le spese, ma l’incremento è stato inarrestabile. Questo, perché il difetto sta nell’originaria pretesa di garanzia totale a tutti. Solo responsabilizzazioni almeno parziali potrebbero consentire di fermarci nella caduta in questo pozzo senza fondo. Quanto alle pensioni, nessuno ha il coraggio di chiarire che un forte aumento dell’età pensionabile e la soppressione di un istituto come la reversibilità potrebbero tamponare il tracollo. Ma poiché le pensioni, come la sanità, fanno parte del mitico Stato sociale, omaggiato coll’esotico nome di welfare, non si possono toccare, perché ciò significherebbe arretrare nelle conquiste «sociali». Ecco: non si ha il coraggio di dire che chissà per quanti decenni ancora non potremo più concederci quello che ci siamo elargiti e che ha indebitato l’Italia a livelli inusitati nel continente. Non si osa proclamare che la ricreazione è finita. Quindi, si mantengono gli ottomila e passa comuni, le cento e oltre province, le venti regioni, comunità montane, camere di commercio, consorzi di bonifica, ex municipalizzate, col relativo carico di spese inossidabili. Si taglia, ma non in profondità: soprattutto, non in maniera tale da amputare la cancrena. La manovra, fosse pure doppia, concepita priva di reali prospettive, nasce monca.

Fonte: Italia Oggi

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