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Pubblico impiego: lo stop ai contratti finisce alla Corte costituzionale

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Proprio mentre la legge di stabilità 2014 approda alla Camera, arriva un’ordinanza del Tribunale di Roma che rischia di mandare a monte la madre di tutte le strategie governative di spending review così in voga negli ultimi anni. Il blocco della contrattazione collettiva per il pubblico impiego potrebbe infatti essere incostituzionale: la decisione finale spetterà alla Consulta.
I giudici hanno rimesso nelle mani della Corte costituzionale una questione spinosa che si trascina ormai da quattro anni e che sta per conoscere l’ennesima proroga con la finanziaria in via di approvazione: il blocco dei contatti ai dipendenti pubblici, motivato regolarmente come sacrificio necessario a contenere la spesa pubblica in questa fase di acuta crisi economica.
In realtà, la Corte romana ha posto l’attenzione non già sulla legge di stabilità che in questi giorni viene discussa in Parlamento, ma sulle misure prese negli anni scorsi, a sostegno dello stop alla contrattazione collettiva.
Sotto la lente del Tribunale capitolino sono dunque finiti due decreti, il 78/2010 e il 98/2011, emanati dai governi Berlusconi e Monti, che hanno posto le basi per il blocco ad libitum che si è conosciuto da allora e che, a quanto emerge dalla legge di bilancio approvata dal Senato, verrà confermato per il 2014.
Ciò, sempre che, nel frattempo, non intervenga la Consulta ad accogliere i rilievi mossi dai giudici romani, i quali, lo scorso 27 novembre, a seguito del ricorso presentato dalla Federazione lavoratori pubblici e funzioni pubbliche unitamente alla Federazione italiana lavoratori pubblici, hanno trasmesso gli atti alla Corte ravvisando profili di incostituzionalità.
Nello specifico, i due decreti 2010 e 2011 avrebbero più di un carattere illegittimo, in confronto agli articoli 2, 3, 35, 36, 39 e 53 della Carta: una serie di disposizioni a rischio violazione, da rendere indispensabile l’intervento dei giudici costituzionali.
Ad avviso del giudice che ha ordinato la trasmissione degli atti, si sarebbe svolta, negli ultimi quattro anni, un’anomala interruzione” delle leggi che regolano i rapporti di contrattazione collettiva tra lavoratori e datore di lavoro, che in questo caso altri non sarebbe che lo Stato.
Oltre a ciò, i decreti di stop alla contrattazione collettiva avrebbero favorito trasgressioni sul principio di proporzionalità e di sufficienza della retribuzione, senza considerare, poi, il principio di uguaglianza, che richiederebbe trattamento identico per le varie categorie di fronte alla legge, mentre questi atti avrebbero conclamato l’intenzione del governo di gravare sulle spalle di pochi, tra cui i soliti, bistrattati dipendenti pubblici.

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