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Province, riforma senza futuro Volevano sopprimerle. Ce le teniamo

Della soppressione delle province, infilata dal Pdl nel proprio programma elettorale, si è parlato sempre pochissimo, in questa legislatura. In concreto, Silvio Berlusconi ha preso atto della contraria posizione dei leghisti e ha preferito considerare la faccenda chiusa prima ancora di essere aperta. Probabilmente, l’ultima occasione di dibattito risaliva allo scontro tra il Cav e Gianfranco Fini, nella seduta della direzione nazionale del Pdl, quando Berlusconi replicò con banali scuse alla critica del presidente della Camera sulla mancata attuazione della promessa elettorale. Asserì che si sarebbero soppresse le province soltanto ove al loro posto sorgessero le città metropolitane. Un po’ poco. Curiosamente, la riforma degli enti intermedi fra comune e regione è ritornata, non diciamo al centro del dibattito, ma almeno oggetto d’interventi da più parti, in questi giorni. Se n’è occupato il Pri, nel suo congresso nazionale. Dell’esistenza in vita del Partito repubblicano si dev’essere resa conto soltanto una piccola minoranza. Quanto allo svolgimento del 46esimo congresso (un numero che se non altro conferma la permanenza in vita del più antico partito italiano), i mezzi di comunicazione se ne sono accorti esclusivamente per il discorsetto pronunciatovi da Berlusconi. Ebbene, nella mozione che si è affermata al congresso c’è una chiara affermazione sulla «semplificazione dei livelli di governo locale», da raggiungersi «con l’abolizione delle province e l’avvio di un processo di fusione tra i comuni con termini (sic) inferiori ai 5.000 abitanti attraverso unioni obbligatorie e polifunzionali dei comuni che assorbano tutte le diverse forme associative oggi esistenti». Una modifica del tutto diversa è stata invece suggerita da Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro. Si tratterebbe di tramutare le province in associazioni di comuni, eliminandone la diretta elezione popolare. L’elemento negativo di simili proposte è che, in buona sostanza, lo status quo non viene toccato. Restano senza seguito alcuno. Laddove, a parole, tutti concordano su princìpi quali risparmio, semplificazione, eliminazione di sprechi, soppressione di enti inutili, di fatto si va avanti serbando l’esistente. Le riforme non si fanno. Non si fanno oggi e indubbiamente la situazione parlamentare e politica della maggioranza non è ridente; ma non si sono avviate nemmeno subito dopo le vittoriose elezioni del 2008. Così, ci teniamo le province, anzi, nemmeno si sono ridotte le vergognose otto province sarde. Così ci teniamo gli oltre ottomila comuni, tutti, compresi quelli con poche centinaia, addirittura poche decine, di abitanti. Così enti in-termedi quali le comunità montane e i consorzi di bonifica sono stati soltanto diminuiti di numero, ma non soppressi per affidarne le funzioni ad altri enti. Così le camere di commercio non soltanto rimangono in vita, ma si tende ad affidare ad esse nuovi compiti, com’è ovvio per qualsiasi struttura burocratica, che deve motivare la propria esistenza con pompose funzioni. Così non si costituiscono le città metropolitane, che dovrebbero assorbire non pochi comuni. Così non si procede alla progressiva soppressione delle società per azioni in mano agli enti locali. Eppure, sarebbero queste, come molte altre, riforme di struttura a frenare la costante ascesa della spesa pubblica e il collegato incremento di pressione fiscale.

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