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Privatizzazione delle municipalizzate Le abbiamo fatte contro i conservatori

Gentile direttore, accade talvolta che, anche ai più alti livelli delle istituzioni, ci si distragga dal lavoro del governo, traendo in inganno persino autorevoli editorialisti. Infatti, commentando il discorso del presidente Fini a Mirabello, Angelo Panebianco indicava tra le cose «già presenti nel programma originario del Pdl poi abbandonate per strada» anche la privatizzazione delle municipalizzate. Ciò corrisponde a quanto sostenuto da Fini a Mirabello ma non alla realtà. Con tre successivi provvedimenti, i decreti legge 112 del 2008 e 135 del 2009 e il regolamento di attuazione varato definitivamente a luglio di quest’anno, il governo è riuscito a realizzare una riforma liberalizzatrice del settore dei servizi pubblici locali attesa da oltre venti anni e mai portata a buon fine. La riforma stabilisce definitivamente un principio semplice e chiaro di concorrenza che tutela gli interessi dei cittadini: la gestione va a chi, attraverso procedure di gara trasparenti, dimostra di essere più efficiente. La proprietà pubblica di un’azienda non costituisce più elemento sufficiente all’affidamento diretto della gestione dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale i principali). La riforma avvia, così, una stagione di profonda trasformazione dell’assetto del settore con la progressiva ma rapida riduzione della fattispecie dell’in-house i cui affidamenti in essere cesseranno al 31 dicembre 2011. Per le ex municipalizzate quotate in Borsa, si prevede che il mantenimento degli affidamenti in essere sia condizionato alla progressiva riduzione della quota di capitale sociale detenuto da soggetti pubblici al di sotto del 30%. Ciò apre consistenti spazi di mercato che consentiranno alle imprese private di crescere e raggiungere scale dimensionali adatte a sostenere la competizione sullo scenario europeo. Ancora, affinché le gare e i rapporti tra ente affidante e soggetto gestore siano trasparenti, la riforma introduce motivi di incompatibilità per chi ricopre o ha ricoperto funzioni di amministratore nell’ente affidante vietando a costoro di occuparsi della gestione del servizio. È questa un’importante novità che può sradicare la diffusa abitudine a utilizzare i consigli di amministrazione come strumento di risarcimento per ambizioni politiche frustrate. Osservatori autorevoli hanno sottolineato come la riforma dei servizi pubblici locali costituisca un argine all’onda lunga del «socialismo municipale» e non è dunque casuale che contro di essa si siano scagliate le forze della conservazione che hanno promosso una demagogica campagna referendaria per l’acqua pubblica. Chiedo venia per la noiosa puntualità della mia esposizione ma la politica non sempre può essere sminuita in una dimensione politicienne. Credo invece che questa riforma costituisca la prova della capacità del governo di fare sintesi tra punti di vista diversi al suo interno e di realizzare, per questa via, provvedimenti utili all’ammoderna-mento del Paese.

Fonte: Corriere della Sera

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