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Prima si valorizza e poi si vende

I banchieri italiani consigliano il governo due alternative per la dismissione del patrimonio pubblico: una vendita radicale di cespiti mobiliari e immobiliari oppure una valorizzazione degli asset per una eventuale, successiva, alienazione. Èquanto si evince da un documento riservato che l’Abi, l’associazione bancaria presieduta da Giuseppe Mussari, ha consegnato al Tesoro nell’ambito del gruppo di lavoro coordinato dall’economista Piero Giarda. Ma la sorpresa è che i banchieri, o meglio l’Abi, con alcune simulazioni dicono che per la riduzione del rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo è quasi preferibile prima valorizzare i cespiti e poi venderli, invece di alienarli immediatamente. Il ministero dell’Economia retto da Giulio Tremonti sta vagliando il dossier dei banchieri italiani in vista del seminario organizzato per giovedì 29 settembre che ha l’obiettivo di valutare proposte e idee per la privatizzazione degli immobili pubblici. I tecnici dell’Abi partono da una ricerca dell’economista Edoardo Reviglio, adesso capo dell’ufficio studi della Cassa depositi e prestiti: «Dal lavoro di Reviglio si ricava che a fronte di un patrimonio fruttifero stimato a prezzi di mercato in quasi 700 miliardi di euro, la redditività effettiva risulta attualmente negativa per 1 punto percentuale, dal momento che a un rendimento di 9 decimi di punto si associano costi di gestione valutabili in 1,9 punti percentuali». Da queste basi l’associazione bancaria ha elaborato quelli che sono chiamati «due diversi sentieri di evoluzione dei saldi di finanza pubblica». Il primo considera un piano pluriennale ma radicale di dismissioni di «cespiti mobiliari e immobiliari» in grado di mettere in condizioni di rispettare la nuova possibile regola europea in termini di rapporto debito pubblico e prodotto interno lordo: «In tale quadro i saldi di finanza pubblica beneficiano oltre che degli effetti diretti della dismissione sullo stock di debito anche degli effetti indiretti legati sia ad una minore spesa per interessi, sia al beneficio derivante dalla dismissione di un patrimonio che costa più di quello che rende». Il secondo «sentiero» ipotizza invece che «lo Stato mantenga lo stock di asset disponibile, ma si attivi per migliorarne la redditività»: sempre secondo le indicazioni del lavoro di Reviglio sarebbe possibile aumentare significativamente il rendimento lordo del patrimonio pubblico fino ad un livello del 5,7%, che corrisponde a un rendimento al netto dei costi del 3,8%. «Nel nostro esercizio», si legge nello studio dei tecnici dell’Abi capitanata dal direttore generale Giovanni Sabatini, «supponiamo che il rendimento netto del patrimonio aumenti gradualmente di 2 decimi di punto all’anno fino a raggiungere il valore indicato da Reviglio». Le conclusioni del dossier Abi consegnato al Tesoro? «Se nel breve periodo sarebbe più conveniente fare affidamento sul piano di dismissione, un’azione di aumento della redditività del patrimonio risulterebbe invece in grado di massimizzare la riduzione del rapporto debito/pil nel più lungo termine». Questa opzione, secondo i tecnici dell’associazione presieduta da Mussari «consentirebbe infatti di raggiungere nel 2035 un livello del rapporto di poco superiore al 60%, livello di oltre 13 punti inferiore a quello che si otterrebbe via dismissioni». Il piano di dismissione ipotizzato nel secondo “sentiero”, come lo chiamano i tecnici dell’Abi, «si dovrebbe sviluppare per 14 anni (dal 2012 al 2025) e consentire di alienare patrimonio per poco meno di complessivi 150 miliardi di euro, il 20% circa della consistenza di patrimonio pubblico fruttifero stimata nel lavoro di Reviglio». «Va da sé», è scritto alla fine del report, «che l’indicazione di maggiore convenienza dell’opzione 2 deriva da un mero esercizio contabile che non può considerare, per esempio, la possibile crescita dell’efficienza che deriverebbe, presumibilmente, dal collocamento sul mercato di asset ora in mano pubblica».

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