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Prezzi, clientele e sprechi ecco perché sull’acqua si è arrivati al duello finale

ROMA – Si può buttare via un terzo dell´acqua durante il tragitto dalla fonte alle case? Si può sprecare il 70 per cento del bene amministrato usando tecniche di irrigazione insensate? Si può lasciare che quasi un terzo degli scarichi urbani minacci di inquinare le falde? E, soprattutto, si può pensare di risolvere questi problemi con la bacchetta magica della privatizzazione, come se le competenze dipendessero dalla casacca indossata? Sono queste le domande a cui quasi un milione e mezzo di italiani ha chiesto di rispondere per iscritto, con un referendum che bocci la scelta ideologica secondo la quale il privato è per definizione più efficiente del pubblico. Come sempre accade quando si intercettano gli umori profondi, la risposta alla mobilitazione referendaria è andata al di là dei tecnicismi giuridici cogliendo gli aspetti simbolici della battaglia che si profila. Ed è stata una risposta superiore alle attese. Segno di un malessere che si allarga all´in-quietudine per gli ecosistemi in dote al pianeta che, pur assicurando servizi superiori al Pil mondiale, vengono trascurati perché non monetizzabili. Nel Golfo del Messico il rapporto tra la tutela del mare, come bene comune dell´umanità, e il profitto imprenditoriale non ha trovato un buon punto di equilibrio come dimostrano le spiagge invase dal petrolio. Per l´acqua dolce non va meglio. Nei prossimi trent´anni la richiesta aumenterà del 50 per cento e, nello stesso periodo, il cambiamento climatico renderà il ciclo dell´acqua meno affidabile e prevedibile, con lunghi periodi di siccità alternati a precipitazioni rovinose e ad alluvioni. Più richiesta e meno offerta, dunque. E chi governerà in questo contesto il sistema dei prezzi? È vero che tecnicamente l´acqua è un bene da gestire con investimenti adeguati perché, come ha notato l´economista Antonio Massarutto, «l´acqua è un dono di Dio, tuttavia Dio ha donato l´acqua, ma non i tubi e i depuratori: a quelli dobbiamo pensarci da soli». Ma il sistema pubblico non presenta solo il lato oscuro dei tanti acquedotti colabrodo nel Sud. C´è anche un´azienda come la Smat di Torino che produce l´«acqua di volo» per gli equipaggi dell´Agenzia spaziale europea. E a Firenze, Prato e Pistoia, è una società a maggioranza pubblica ad aver inaugurato a fine 2009 le prime fontanelle di acqua gratuita con le bollicine: garantiscono 120 mila litri al mese e molta plastica in meno nei cassonetti. La rampante privatizzazione invece si è presentata in prevalenza con il volto degli aumenti selvaggi delle bollette a Latina ed Arezzo, arrivati in concomitanza con lo sbarco delle multinazionali francesi. Dunque, nota Mauro D´Ascenzi, vicepresidente di Federutility, la federazione che associa il 95 per cento delle aziende di gestione dell´acqua, non esiste una soluzione valida per tutti: come a livello europeo, deve essere possibile per le istituzioni locali scegliere la forma di gestione che meglio si addice alle caratteristiche del territorio. Ricordando che l´arma del prezzo può servire a evitare gli sprechi e a trovare le risorse per la gestione del bene, ma «il diritto umano all´acqua», come scrive il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, «è il diritto di tutti a disporre di acqua sufficiente, salubre, accettabile, accessibile per uso personale e domestico». Peccato che, nonostante decenni di promesse nelle conferenze internazionali, gli assetati continuino a crescere: saranno presto un miliardo.

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