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Premi ai migliori? La rivoluzione può attendere

«Non bisogna preoccuparsi: per adeguarsi alla riforma Brunetta c’è tempo in abbondanza». Ha ragione Cesare Vaciago, una carriera da top manager, oggi direttore generale del comune di Torino, che ieri ha voluto tranquillizzare la platea del convegno nazionale Anci dedicato alle nuove regole del pubblico impiego. Ha ragione perché la riforma, che oltre a dare obiettivi e pagelle ai 3,5 milioni di dipendenti pubblici dovrebbe tagliare anche del 10-20% la busta paga di quelli improduttivi, gonfiando quella dei migliori, comincerà a farlo dal 2014. Per ora, la meritocrazia può avviare un maxi-rodaggio, che da qui a fine 2013 permetterà di riorganizzare la valutazione, definire obiettivi, singoli e di gruppo, senza però disturbare troppo chi non li raggiunge. Perché nel frattempo è arrivato il blocco contrattuale, la trattativa nel governo e con i sindacati, e l’intesa che riscrive le regole: per tre anni, nessuno si vedrà togliere un euro, e la garanzia generalizzata toglierà risorse ai ricchi premi promessi dalla riforma ai dipendenti migliori. A loro, per ora, andrà un “premio di consolazione”, alimentato da un «dividendo dell’efficienza» ancora da individuare (per il momento ci sono 24 milioni, ma solo per gli statali), frutto dei risparmi organizzativi che le amministrazioni pubbliche riusciranno a garantire. La bufera anti-fannulloni scritta nel decreto del 2009 si è ridotta per i prossimi tre anni a un venticello, poi si vedrà. Un risultato, questo, tutt’altro che scontato, visto che in una prima versione la manovra estiva dell’anno scorso avrebbe voluto congelare tout court la riforma per riattivarla, in una data da destinarsi, con decreto dell’Economia; ma Brunetta, si sa, non è un personaggio morbido, l’assalto ha spinto ai massimi la tensione nel governo e un via vai di tecnici fra i due ministeri ha prodotto il compromesso e la pace. Il debutto travagliato della riforma Brunetta offre la prova del nove a un principio ormai consolidato delle leggi che disciplinano il mondo pubblico. Regole che finiscono in «Gazzetta Ufficiale» per aggredire la spesa pubblica con la ferocia di una tigre arrivano all’appuntamento con l’attuazione mansuete come gattini. Più le regole si presentano come «rivoluzionarie», più il revirement è in agguato. Lo sanno bene i liberalizzatori, che si battono per aprire al mercato le società pubbliche, scrivono leggi che tagliano il nodo scorsoio fra comuni e società, ma alla fine devono cedere all’osservazione che quasi tutto rimane com’era prima. La riforma del 2008 parlava chiaro: i servizi pubblici si assegnano con gara, gli affidamenti diretti chiudono la porta nel 2010, e chi ha fatto l’amministratore locale non può sedere nei cda delle partecipate. Tra tira e molla normativi, che in 15 mesi hanno portato a una riscrittura della riforma all’interno di un decreto sugli obblighi Ue, regolamenti attuativi in ritardo e proroghe è cambiato tutto: gli affidamenti diretti sono quasi tutti in vita, le incompatibilità non si applicano ai settori più ricchi (gas, energia, trasporto ferroviario, oltre alle farmacie) e anche l’acqua, nonostante la polemica sui referendum, ha ottenuto mille strade per evitare la gara. Il contrattacco è arrivato dall’ultima manovra estiva: i comuni fino a 50mila abitanti (il 98% del totale) non possono creare partecipate, e chi le ha deve disfarsene entro il prossimo anno (tra 30mila e 50mila abitanti se ne può tenere uno). C’era da crederci? No: puntuale, il milleproroghe ha rimandato tutto al 2014, ma anche dopo potranno evitare la cessione le società che hanno i conti in ordine (il mercato si goda quelle decotte). Sorti simili per i tagli agli apparati previsti dalla manovra (lì si sono esercitate soprattutto le corti dei conti regionali a escludere questo e quello) e per il patto di stabilità «definitivo», che ha resistito un paio di mesi prima di veder spuntare i maxi-sconti generalizzati. In attesa della prossima «rivoluzione».

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