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Poltrona doppia ma stipendio unico

Cancellare davvero le doppie poltrone si è rivelata per ora un’impresa superiore alle forze del parlamento, dove peraltro siedono molti dei titolari di due (o più) cariche elettive. Mentre le discussioni spesso bizantine sulle incompatibilità continuano a impegnare la giunta per le elezioni di camera e senato, il pacchetto anti-sprechi introdotto dalla manovra estiva prova almeno a tagliare le doppie indennità. In questo campo le norme sono di immediata applicazione, non hanno bisogno di decreti o altri provvedimenti attuativi, per cui la palla passa ai controllori. La regola è semplice e stabilisce che «chi è eletto o nominato in organi appartenenti a diversi livelli di governo non può comunque ricevere più di una indennità di funzione, a sua scelta». Facile indovinare su quale indennità si orienteranno le scelte dei tanti sindaci (o presidenti, o assessori) deputati, ma la norma ha un’applicazione più intensa. Anche i posti negli enti di «secondo livello», dalle unioni di comuni alle comunità montane e ai consorzi, perdono la possibilità di offrire ai politici che le animano «retribuzioni, gettoni, indennità o emolumenti in qualsiasi forma». Molti (soprattutto le unioni) avevano già rinunciato a offrire gettoni ai propri rappresentanti, ma dopo la manovra la barriera diventa invalicabile. La politica, almeno nelle intenzioni, deve smettere di essere un trampolino anche per incarichi più ricchi, perché – sempre in base alla manovra – chi è eletto e ottiene successivi incarichi non può più essere pagato per quegli incarichi.

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