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Permesso di 6 mesi per 14.500 tunisini

ROMA – Arriva con un decreto del presidente del Consiglio il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il testo dovrebbe essere approvato oggi dal Consiglio dei ministri e sarà destinato a tutti gli immigrati – in stragrande maggioranza tunisini – presenti nelle tendopoli e negli altri «Cie (centri di identificazione ed espulsione) temporanei» sorti in questi giorni. Il documento per circolare liberamente sul territorio nazionale durerà sei mesi per l’Italia, di cui tre anche per gli altri Stati dell’area Schengen. Al momento i possibili beneficiari sono 14.500, cioè le presenze stimate dal Viminale nei vari centri. Non si può escludere che il permesso sarà concesso anche agli altri migranti in arrivo. Nella scelta italiana gli aspetti indefiniti, incerti e fonte di contrasto internazionale sono però parecchi. Intanto, l’accesso ai confini è consentito in base agli accordi con i singoli Stati. Se, insomma, la Francia è preoccupata – si veda l’articolo a fianco – anche perché è la principale destinazione d’arrivo dei tunisini, è anche vero che il solo permesso di soggiorno umanitario non è sufficiente per andare nello stato transalpino se sono richiesti altri documenti (il passaporto, per esempio). Così Maroni, ieri, ha fatto intendere nel confronto con le regioni che vuole avere la copertura dell’Unione europea per suggellare l’operazione. La procedura diventa così più complicata della decisione del singolo Stato, ma consentirebbe di ridurre al minimo i conflitti tra nazioni e potrebbe avviare finalmente quel coinvolgimento europeo chiesto finora invano. Maroni chiederà l’applicazione della direttiva 55 del 2001, per la protezione dei rifugiati in fuga dalle zone di guerra. La richiesta italiana dovrebbe essere formalizzata il prossimo 11 aprile a Bruxelles, durante il consiglio dei Ministri dell’Interno dell’Unione europea. Osserva però Mario Staderini (Radicali): «È quantomeno contraddittorio che il governo italiano chieda l’applicazione della direttiva n. 55 quando non ha ancora recepito l’altra importante direttiva dell’Unione europea, che sancisce un percorso molto più graduato della Bossi Fini sui rimpatri degli immigrati clandestini». Di certo i rimpatri dei tunisini, per ora, sono sospesi, in attesa di verificare le certezze sull’accordo tra il Governo italiano e quello di Tunisi. Sul fronte dell’emergenza umanitaria e del rilascio del permesso di soggiorno – che sarà consegnato in formato elettronico, secondo le norme Ue – va considerato poi il fronte dei costi. Stime definitive ieri non erano ancora state fatte – la voce degli oneri nel Dpcm era ancora in bianco – ma è indubbio che l’assistenza umanitaria prevede oneri protratti nel tempo. Di sicuro si può ipotizzare che ogni migrante in un Cie costa circa 40 euro al giorno: un mese di permanenza dei 14.500 migranti, dunque, costa 17,4 milioni di euro. Fondi, peraltro, che l’anno scorso non potevano essere stati stanziati per il 2011, non potendo prevedersi un maxi-esodo di questa portata. Non solo: il Viminale deve trovare altri fondi per i Cie ordinari perché nel 2010 – azzerati di fatto gli sbarchi a Lampedusa – la presenza nei centri si era quasi dimezzata: le risorse previste per quest’anno sono dunque ridotte mentre ora i centri sono stracolmi e bisognerà trovare i fondi integrativi per sostenere le spese. C’è poi la questione delle forze dell’ordine impegnate: a rotazione, finora, per l’emergenza umanitaria sono state oltre 2.200 unità al giorno. Tanto che ieri si è svolto un incontro al Dipartimento di pubblica sicurezza con i sindacati per definire nuove modalità organizzative. «Vogliamo sapere – dice Cl-audio Giardullo (Silp-Cgil) – se il governo intende prevedere risorse specifiche per l’emergenza. I costi dell’operazione non devono essere scaricati sulla gestione ordinaria della sicurezza per non creare contraccolpi gravissimi». Sottolinea Felice Romano (Siulp): «Ci sono poliziotti che hanno lavorato per dieci giorni consecutivi, con senso assoluto di responsabilità. Adesso, però, diventa urgente l’assunzione di unità aggiuntive, almeno 2mila persone. Altrimenti rischiamo di toglierle ai servizi essenziali sul territorio».

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