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Per l’acqua è in gioco solo la gestione

«Il referendum sull’acqua è un falso, e ha un contenuto ideologico». Parola del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che presentando il decreto attuativo sui servizi pubblici chiude così il confronto con i promotori della consultazione. Sulla stessa linea il ministro delle Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, uno dei padri della norma contestata, che parla di «menzogna, perché l’acqua è e resta un bene pubblico». Il punto è nel fatto che il dibattito finora ha evitato di distinguere la proprietà delle reti dalla loro gestione. La liberalizzazione, in realtà, si concentra solo sul secondo aspetto, e mantiene ferma «la proprietà pubblica delle reti» (articolo 23-bis, comma 5 della legge 133/2008); la svolta è tutta nelle modalità di gestione e determina la decadenza automatica a fine anno degli affidamenti diretti a società pubbliche che non rispettano i parametri europei per le gestioni in house. Per molte gestioni, in realtà, cambia poco. La relazione annuale del comitato di vigilanza sulle risorse idriche presentata ieri al parlamento mostra che il bacino degli affidamenti diretti abbraccia il 50% delle gestioni, con un’incidenza un po’ più alta a Nord (52%) rispetto alle regioni del Mezzogiorno (48%) e del Centro (42%). Non tutti, però, saranno colpiti dalla tagliola di fine anno, perché per chi rispetta i parametri comunitari (che impongono agli enti affidanti di esercitare sulle società un «controllo analogo» a quello realizzato sui propri uffici) si aprono i tempi supplementari: la decadenza automatica, nel loro caso, scatta a fine 2011, a meno che nel frattempo la società affidataria perda il proprio carattere interamente pubblico. Per farlo, è necessario mettere sul mercato almeno il 40% delle quote, tramite gara che individui i soci privati e i loro compiti operativi: per chi imbocca questa strada il contratto può sopravvivere fino alla scadenza. Liberalizzazioni a parte, la relazione presentata ieri al Parlamento mostra che il riordino del settore è indispensabile. La legge del 94 (la n. 36) che disciplina il comparto, ha spiegato Roberto Passino, presidente della commissione di vigilanza, ha raggiunto i propri obiettivi «solo parzialmente, e in misura molto differente nelle diverse parti del Paese». Tra i punti critici, pesano soprattutto l’instabilità normativa, l’insufficienza dei controlli sull’equilibrio finanziario delle gestioni e il mancato aggiornamento del metodo tariffario, che avrebbe dovuto subire aggiornamenti quinquennali ma è fermo dal 1996. Il conto presentato agli utenti, in realtà, è aumentato in media del 23,8% fra il 2004 e il 2008 (si veda la tabella qui sotto), ma rimane inferiore ai livelli che si incontrano in molte città europee: «C’è ancora un circolo vizioso da spezzare – sostiene Roberto Bazzano, presidente di Federutility – tra tariffe non correlate al costo del servizio a causa di un malinteso senso del sociale e la conseguente asfissia di risorse che determina scarsità di investimenti ». Sempre entro fine marzo, poi, c’è da risolvere il problema dell’abolizione delle autorità d’ambito, che rischia di creare un nuovo vuoto gestionale: la parola, infatti, deve passare alle regioni, che a oggi non hanno però alcuna indicazione nazionale.

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