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Per la vecchiaia «in rosa» l’effetto-domino dei requisiti

MILANO – Con il meccanismo previsto dalla manovra, i requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici autonome e le dipendenti del settore privato subiscono un’accelerata progressiva, che parte piano ma si traduce nel giro di pochi anni in innalzamenti importanti, anche più decisi di quelli che appaiono a una prima lettura della norma. La regola, in sé, prevede scalini dolci, che chiedono un mese di permanenza in più al lavoro dal 2020, due mesi ulteriori dal 2021 e così via fino al 2025, quando i mesi aggiuntivi diventano sei ogni anno. Il tutto avviene «fermo restando» l’altro sistema di aumento dei requisiti, quello introdotto dalla manovra 2010 (e anticipato di un anno con il nuovo provvedimento) per alzare l’asticella in proporzione all’aumento della speranza di vita registrata dall’Istat. L’abbraccio con gli adeguamenti automatici, secondo la lettera della norma, accentua gli effetti dei mini-scalini introdotti dalla nuova manovra per le lavoratrici, e in qualche caso arriva a moltiplicarli. Prendiamo l’esempio di una dipendente nata nel novembre del 1964: nel novembre 2024 spegnerà le 60 candeline che oggi le aprirebbero le porte verso la pensione di vecchiaia, ma a quella data gli adeguamenti automatici legati alla speranza di vita dovrebbero aver portato l’asticella a 60 anni e 9 mesi, mentre i mini-scalini avranno aggiunto altri 15 mesi ai requisiti. Insomma: servirebbero 62 anni, che la nostra dipendente compirà solo nel novembre del 2026. A quell’epoca, però, i 62 anni di età non basteranno più per lasciare il lavoro, perché i mini-scalini saranno ormai arrivati a quota 27 mesi, e un nuovo ritocco agli adeguamenti “Istat” dovrebbe aver aggiunto altri 3 mesi ai nove già chiesti nel 2024. Risultato: nel 2026 serviranno 63 anni e 3 mesi, che la donna assunta come esempio compirà nel febbraio 2028, cioè quando altri due mini-scalini avranno portato l’età per la pensione a 64 anni e 3 mesi e, se le dinamiche attuali della speranza di vita non subiranno intoppi, un altro ritocchino Istat avrà aggiunto altri 3 mesi. Il domino dei rinvii, in questo caso, troverà pace solo nell’agosto 2029, quando la lavoratrice centrerà il requisito che le permetterà di percepire l’assegno a partire dal settembre 2030, all’apertura della finestra mobile: con un ritardo di tre anni e 9 mesi rispetto al calendario disegnato dalle regole attuali. Con dinamiche diverse, l’effetto domino interessa gran parte delle lavoratrici nate tra il 1962 e il 1967, e altera anche la progressività lineare nell’aumento dei requisiti prevista dalla norma. L’unica strada per non salire su questa giostra passa dal pensionamento di anzianità, che probabilmente tornerà a incontrare fortuna anche se nel sistema contributivo produce assegni più bassi.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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