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Per la città metropolitana basta veti da Imola

«Questa è la legislatura dell’istitu-zione della Città metropolitana. Senza il capoluogo e senza la Città metropolitana questa regione sarebbe più debole e dunque è per noi un obiettivo strategico»: così ha detto Vasco Errani lo scorso luglio nel presentare il programma alla Assemblea regionale. «Obiettivo strategico del prossimo mandato sarà la costituzione della Città metropolitana. Si deve fare perché solo con un governo e una rappresentanza a scala metropolitana si possono affrontare i grandi temi dell’area bolognese»: così dice il primo punto del programma per Bologna della coalizione di centrosinistra. Già qui sono indicate le ragioni di fondo del progetto “Bologna grande”: si tratta si innovare gli strumenti del governo locale dando vita a quella massa critica necessaria ad affrontare la sfida della competitività territoriale e a contrastare i processi di crisi economica e sociale. O vogliamo pensare che ognuno dei sessanta comuni della provincia possa attivare da solo efficaci politiche di contrasto alla crisi, sostegno ai lavoratori e alle famiglie colpite dalla crisi, sostegno alla innovazione tecnologica e produttiva ecc. Non a caso tutte le forze economiche e sociali (imprese, sindacati, cooperative) da anni sostengono la necessità di questa riforma. Non si tratta quindi di discutere del “se” ma del “come”, di passare dalle parole ai fatti. Gli strumenti normativi esistono già, come giustamente ha ricordato Walter Vitali: si tratta di applicare l’art. 23 della legge delega sul federalismo fiscale del 2009 il quale incardina l’iniziativa sui comuni interessati e sulla provincia e prevede la elaborazione di uno statuto provvisorio da sottoporre a referendum tra i cittadini. Vedo che l’on. Marchignoli chiede perché nessuno finora ha attivato quella norma (su cui ha votato contro in Parlamento, in dissenso dal gruppo Pd). Rispondo così: per lo stesso motivo per cui da vent’anni si discute di Senato delle Regioni, riduzione del numero dei parlamentari, bicameralismo differenziato ecc. e non se ne fa nulla. Perché dietro le proclamazioni retoriche prevale l’interesse corporativo di parti del ceto politico e degli apparati burocratici a lasciare le cose come stanno e a mantenere le posizioni di rendita. Così siamo rimasti l’Italia dei 1000 parlamentari, delle 20 Regioni, delle 108 Province e degli 8000 Comuni. Anche a causa di questo conservatorismo istituzionale l’Italia è diventata terreno di cultura delle spinte plebiscitarie e populiste e della protesta diffusa contro il degrado della politica. Non possono più essere accettati veti. Non pare davvero credibile che un progetto di queste dimensioni possa essere bloccato dallo sventolare la bandiera del “circondario imolese”. La prima cosa da chiarire è che “Bologna grande” non significa costituire un nuovo ente pubblico sovrapposto a quelli attuali, una sorta di Moloch centralistico che mortifica le autonomie comunali, come paventa il movimento “5 stelle”. Si tratta del contrario: di avviare uno straordinario processo di semplificazione della rappresentanza politica e degli assetti burocratici, un sistema di governo locale capace di coniugare adeguatezza dei livelli istituzionali e autonomia dei territori, di alzare drasticamente il grado di efficacia delle politiche pubbliche. È su questo che va aperto un confronto che veda protagonisti tutte le realtà rappresentative della provincia. Ma questo si può fare e va fatto, appunto, se in via di premessa si supera la logica autoreferenziale del niet.

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