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Per gli immobili locati bonus solo dai Comuni

Gli immobili concessi in locazione o in affitto subiscono la penalizzazione derivante dall’aggravio dell’aliquota Imu decisa da moltissimi Comuni. Con il passaggio all’Imu si era verificato l’assorbimento dell’Irpef sui redditi fondiari degli immobili non locati, che ora il Dl varato ieri ha reintrodotto al 50 per cento.

L’Imu, comunque, non copre l’Irpef (e tanto meno la cedolare) sui canoni degli immobili locati né tantomeno copre l’Ires.

Il Dlgs 23/11 prevedeva per i locati una riduzione automatica dell’aliquota al 3,8 per mille, che con il Dl 201/11 si è invece trasformata in riduzione “facoltativa” fino al 4 per mille, rimessa alla scelta discrezionale degli enti. Non è peraltro ammesso scendere sotto tale soglia, non essendo stata confermata per l’Imu la disposizione contenuta nella legge 431/98 che consentiva di stabilire un’aliquota inferiore a quella minima per i locatori di abitazioni principali affittate con canone concordato. Si tratta delle case che, soprattutto nelle grandi città, sono state concesse in locazione a famiglie di basso reddito, con canoni inferiori a quelli di mercato, calmierati con regole locali.

Fino al 2011 diversi comuni avevano fissato aliquote basse, in alcuni casi esonerando totalmente i canoni concordati. Con l’avvento dell’Imu la maggior parte degli enti ha invece disatteso la potestà di ridurre l’aliquota fino al 4 per mille, benché prevista dalla norma. Con la conseguenza che l’Imu e i rincari sulla base imponibile hanno di fatto cancellato ogni convenienza fiscale per i canoni concordati, e nei comuni che non hanno previsto alleggerimenti ad hoc l’imposta sul mattone si è moltiplicata fino a 7 volte.

Senza considerare, poi, che l’aumento dell’Imu comporta sicuramente un relativo incremento dei canoni di affitto, con ripercussioni a catena su altri tributi (tra cui l’imposta di registro). Anche se l’aliquota di cedolare secca ridotta ieri dal 19% al 15% ha dato comunque più appeal ai contratti concordati.

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