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Patto soft per le regioni del Sud

Patto più leggero per le regioni del Sud, ma a pagare il conto saranno le altre amministrazioni regionali, oltre che lo stato. Fra le modifiche alla manovra-bis approvate in commissione bilancio del senato e confluite nel maxi-emendamento del governo è stata confermata anche la misura che prevede la possibilità per le cinque regioni del c.d. Obiettivo convergenza (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia) di superare i limiti di spesa imposti dal Patto di stabilità interno in relazione all’utilizzo delle risorse correlate alle politiche (nazionali ed europee) di coesione. Si tratta del nuovo art. 5-bis del dl 138/2011, il cui testo recita «al fine di garantire l’efficacia delle misure finanziarie per lo sviluppo delle regioni dell’obiettivo convergenza e l’attuazione delle finalità del Piano per il Sud, a decorrere dall’anno finanziario in corso al momento dell’entrata in vigore della presente legge la spesa in termini di competenza e di cassa effettuata annualmente da ciascuna delle regioni predette a valere sulle risorse del fondo per lo sviluppo e la coesione sociale di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, sui cofinanziamenti nazionali dei fondi comunitari a finalità strutturale, nonché sulle risorse individuate ai sensi di quanto previsto dall’articolo 6-sexies del decreto legge 25/6/2008, n. 112, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, può eccedere i limiti di cui all’articolo 1, commi 126 e 127, della legge 3 dicembre 2010, n. 220, nel rispetto, comunque, delle condizioni e dei limiti finanziari stabiliti ai sensi del comma 2». In pratica, tale disposizione consentirà alle regioni del Sud (con la sola eccezione della Sardegna) di escludere dal Patto, già per l’anno in corso, i finanziamenti a valere sul Fas (che il dlgs 88/2011, adottato nel quadro del federalismo fiscale, ha ribattezzato come fondo per lo sviluppo e la coesione sociale) e il cofinanziamento dei fondi strutturali europei, ivi comprese le risorse oggetto di riprogrammazione. Finora, giova ricordare, il Fas era interamente incluso nel Patto, mentre per i fondi strutturali era prevista l’esclusione della sola quota provenienza europea. E proprio la rigidità dei vincoli di finanza pubblica è stata frequentemente evocata come concausa delle non esaltanti performance delle regioni del Mezzogiorno nella gestione delle risorse a loro disposizione, con enormi ritardi nell’attuazione dei programmi per quanto concerne sia gli impegni che soprattutto i pagamenti. L’apertura concessa dalla manovra-bis è quindi importante. Tuttavia non può sfuggire che l’alleggerimento del Patto disposto a favore delle predette regioni dovrà essere compensato da un suo ulteriore irrigidimento a carico delle altre regioni, oltre che mediante un’ulteriore riduzione delle spese dei ministeri. Sarà un decreto del Mef, da adottare d’intesa con la Conferenza Stato-regioni entro il 30 settembre di ogni anno, a stabilire l’entità della deroga favore delle regioni del Sud, nonché soprattutto le modalità di attribuzione allo stato ed alle altre regioni dei relativi maggiori oneri, «garantendo in ogni caso il rispetto dei tetti complessivi, fissati dalla legge per il concorso dello stato e delle regioni predette alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per l’anno di riferimento». Nessuno sconto sull’entità complessiva delle manovre attuali e future, dunque, ma solo una loro diversa distribuzione, che verosimilmente gli enti penalizzati faranno fatica a digerire. Criticabile, inoltre, pare la mancata estensione della deroga ai comuni e soprattutto alle province, dato che queste ultime gestiscono una quota significativa delle risorse provenienti dall’Ue, anche se a ciò si potrebbe almeno parzialmente ovviare mediante un utilizzo accorto del Patto regionale.

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