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Patto, fuori gli investimenti

Un piccolo sconto sul Patto 2011 e una regola aurea per il futuro da coordinare con i parametri di virtuosità individuati dal federalismo fiscale. Dovrebbe essere questo il mix di criteri che ridisegnerà la disciplina del patto di stabilità di comuni e province. I tecnici di Giulio Tremonti stanno piano piano trovando la quadra su una nuova rimodulazione degli obiettivi contabili che consenta al ministro dell’economia di accontentare Umberto Bossi e le istanze dei sindaci (soprattutto del Nord) senza sballare i conti pubblici. E visto che i comuni del Nord più che alle regole per il futuro sono interessati al presente (un presente fatto di investimenti da sbloccare e pagamenti congelati) è in arrivo un piccolo sconto già sul Patto di quest’anno da cui resteranno fuori le spese per investimenti (quelle che in bilancio vengono imputate nel titolo II delle uscite) nei limiti di una percentuale di residui passivi ancora da definire. Alla sua quantificazione sta lavorando la Ragioneria dello stato e la cifra finale dipenderà da quanto Tremonti vorrà mettere sul piatto in favore dei sindaci. Per il futuro (si veda ItaliaOggi del 18/6/2011) la regola aurea per i conti degli enti locali dovrà essere l’equilibrio di bilancio. Comuni e province dovranno garantire un saldo tendente a zero calcolato sui primi quattro titoli delle entrate (tributi, trasferimenti correnti dello stato, della regione e di altri enti pubblici, entrate extratributarie, proventi da alienazioni, trasferimenti di capitale e riscossioni di crediti) e i primi due delle uscite (spese correnti e spese in conto capitale). Non è ancora certo se il criterio contabile sarà la cassa o la competenza. Tuttavia, vuoi per porre un freno agli impegni di spesa assunti dagli enti, vuoi per anticipare la riforma della contabilità che entrerà in vigore nel 2014, il governo potrebbe già da ora orientarsi verso il bilancio di cassa (anche se poi decisiva in questo senso sarà la sperimentazione che partirà dall’anno prossimo). Ma quali enti potranno essere considerati virtuosi? A questo proposito viene in aiuto il decreto legislativo, attuativo del federalismo, su premi e sanzioni. Un provvedimento, respinto da sindaci e governatori nella parte in cui prevede il fallimento politico degli amministratori incapaci, ma che consentirà a chi ben governa di ridurre gli obiettivi contabili. Per essere considerato virtuoso a un comune (o a una provincia) non basterà aver rispettato il patto di stabilità. Si dovranno infatti valutare altri indicatori molto stringenti. In primis il grado di rigidità strutturale dei bilanci, con particolare riguardo all’incidenza: – della spesa per il personale sulle entrate correnti; – della spesa per rimborso prestiti sulle spese correnti; – dello stock di debito non assistito sulle spese correnti. Gli altri criteri da prendere in considerazione saranno il grado di autonomia finanziaria degli enti, la consistenza dei risultati di amministrazione, l’incidenza dei residui passivi di parte corrente sui relativi impegni, l’incidenza dei debiti sulla quota capitale rimborsata e per finire il livello dei servizi e della pressione fiscale. Insomma, un mix di parametri alla portata di molti, ma non di tutti. E non potrebbe essere diversamente perché altrimenti la platea degli enti potenziali beneficiari degli sconti si amplierebbe troppo. L’unico problema è che questi parametri di virtuosità entreranno in vigore dal 2014. Ma non è escluso che possano essere anticipati al 2012.

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