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Partecipate, la mappa dei «buchi»

Il fiato corto che contraddistingue quasi ovunque il trasporto pubblico e gli inciampi gestionali che si concentrano in alcune grandi città. Sono le due zavorre che trascinano in rosso i conti complessivi delle partecipate comunali, un mondo che però si rivela composito agli occhi di chi ne passa in rassegna i bilanci.

Per addentrarsi all’interno di questo mondo, e fare un passo avanti rispetto alle analisi “generali” che mescolano aziende diversissime fra loro, è necessario armarsi di numeri. Quelli passati in rassegna nel grafico in pagina si riferiscono alle società «controllate» dai capoluoghi di Regione, cioè le aziende in cui il singolo Comune possiede quote superiori al 50% (e spesso arriva ad avere una partecipazione totalitaria).

Questa scelta esclude le tante società divise fra più enti locali, in cui ogni amministrazione ha una quota più o meno limitata di partecipazione, ma permette di abbracciare nell’analisi praticamente tutte le realtà maggiori e soprattutto di collegare in modo più immediato l’andamento della società e le responsabilità del Comune proprietario: se un ente controlla una società, la perdita scritta nel bilancio dell’azienda finisce per influire direttamente sui conti comunali, soprattutto ora che la legge di stabilità 2014 ha introdotto un meccanismo con cui si imporrà ai Comuni di accantonare risorse a copertura delle perdite delle partecipate. Se una quota dei fondi locali serve a sostenere un’azienda, non può essere ovviamente impiegata per le spese del Comune, che quindi andranno finanziate per altra via: ed ecco che si chiude la catena che porta dagli inciampi delle partecipate alle tasse locali per i contribuenti.

Attenzione, però, perché il tema offre declinazioni molto diverse da città a città e fra un settore e l’altro. I numeri, tratti da Bureau van Dijk dalla banca dati AidaPa per Il Sole 24 Ore, permettono di scendere nel dettaglio, e di mostrare i risultati delle scelte compiute dalle singole città.

Spesso, infatti, occorre partire da lì, più che dal settore di attività dell’azienda. L’igiene urbana, cioè la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, si rivelano per esempio un ottimo terreno di gioco a Firenze, dove la Quadrifoglio, che lavora anche per una serie di Comuni intorno al capoluogo toscano, ha chiuso il 2012 con un utile di 5,4 milioni e ha così migliorato un risultato medio del triennio che comunque lasciava in cassa mediamente 3,2 milioni all’anno. Basta spostarsi ad Ancona, però, per vedere che i rifiuti possono anche produrre perdite, perché lì l’utile manca dal 2010 (ma la società vanta oltre tre milioni di crediti dal Comune), e se si arriva a Palermo le difficoltà si trasformano in problemi quasi insormontabili. L’azienda dei rifiuti, l’Amia, è fallita (e per questo manca dalla rassegna in tabella), il suo posto è stato preso dalla Rap, che sta muovendo i primi passi fra mille inciampi: una decina di giorni fa è scoppiato un nuovo caso-assenteismo, con 30 dipendenti pescati ad allontanarsi subito dopo aver timbrato, che ha rimesso in discussione l’organizzazione della società e ha fatto infuriare il sindaco Leoluca Orlando, dopo che le feste erano state funestate dai rifiuti in strada in tante zone della città.

Un discorso simile può riguardare anche il servizio idrico, che a Torino porta la Smat a un super-utile da oltre 23 milioni, abituale guardando ai risultati medi 2010-2012, mentre a Perugia colora di rosso i bilanci.

I problemi dei conti, insomma, spesso nascono più dalle esperienze concrete di gestione che dal ramo di attività: a Napoli si aprono buchi anche alla Mostra d’Oltremare (-5,3 milioni nel 2012), alle Terme di Agnano (-2,9 milioni), e pure l’Istituto di studi per la gestione d’impresa (73% del Comune) non sembra dare i risultati sperati, visto che ha perso 462mila euro nel 2012 dopo i 354mila lasciati sul terreno l’anno prima.

Il Comune di Genova fa anche il bagnino, ma senza successo, perché i Bagni Marina Genovese hanno perso 109mila euro nel 2012 (e 321mila nel triennio), quello di Venezia è anche biscazziere, e prova a recuperare i buchi da 14 milioni l’anno aperti dal Casinò, mentre Cagliari si è data all’ippica (e ha perso 213mila euro nel 2012).

Dove i problemi si fanno strutturali, come accennato, è nei trasporti, anche perché il progressivo spostamento degli oneri dalla fiscalità generale ai contribuenti avvenuto in tanti settori della finanza locale non ha funzionato. A parte il record dell’Atac di Roma, che paradossalmente registra un super-deficit da 156 milioni nel 2012 ma migliora rispetto al recente passato, da Genova ad Ancona, da Catanzaro a Palermo le aziende di trasporto pubblico locale sono accompagnate dal segno “meno”.

Anche qui, però, le eccezioni non mancano, come mostra il caso della Ctm di Cagliari e soprattutto quello della fiorentina Ataf, che con i 4,8 milioni di utile nel 2012 fa un balzo in avanti e migliora i risultati medi, sempre positivi, degli ultimi tre anni.

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