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Pagamenti dello Stato più veloci, serve il grande patto tra Piccoli e banche

MILANO – Chiunque abbia una qualche nozione di sport sa che gareggiare in una maratona è disciplina ben diversa dal correre uno sprint. Sarà per questo che in molti hanno salutato con diffidenza la direttiva europea che impone alle pubbliche amministrazioni di saldare i propri debiti entro 60 giorni. Li hanno chiamati «pagamenti sprint», ma per dimezzare una media di 128 giorni (con punte di 800) per un saldo ci vorrà un allenamento adeguato. Gli Stati però avranno 24 mesi per affinare le soluzioni: entro il 2013 infatti dovranno adeguarsi alla direttiva Ue che concede alla pubblica amministrazione 60 giorni di tempo per pagare i creditori. Poi bisognerà versare un interesse di mora dell’8%. La direttiva. In realtà la direttiva sarebbe ancor più «stretta» perché la scadenza per tutti è fissata in 30 giorni e solo in casi eccezionali (per esempio quando a pagare è un ente pubblico di assistenza sanitaria) il termine può salire fino a 60 giorni. Il provvedimento è stato salutato con favore dal mondo confindustriale e da quello delle pmi ma non si sono fatti attendere dubbi e perplessità sulla capacità reale di rispettare i tempi da parte dei nostri enti pubblici. «La direttiva comunitaria costituisce un importante traguardo per le imprese italiane che soffrono il pesante ritardo dei pagamenti da parte degli enti pubblici – conferma Carlo Sangalli, presidente di Rete imprese Italia che rappresenta gran parte del mondo delle pmi -. Però non bisogna dimenticare in quale contesto stiamo affrontando questa crisi: il livello di sofferenza dell’economia reale resta ancora elevato, i consumi bassi e l’accesso al credito complesso. Basti pensare che nel 2009, solo nel commercio, si sono registrate 28mila imprese in meno e nel primo semestre del 2010 le imprese commerciali si sono ulteriormente ridotte di 12mila e 500 unità». La scadenza del 2013. Però la possibilità di pagamenti rapidi e il rientro di capitali bloccati dalle lungaggini degli enti pubblici rappresenterebbe una boccata d’ossigeno determinante per la sopravvivenza di tante piccole e medie imprese che ancora non sentono i benefici di una ripresa troppo lenta. «Il vero problema è questo – spiega Sangalli – evitare di arrivare al 2013 con un provvedimento di cui usufruiranno solo i pochi che saranno sopravvissuti alla bufera di questi anni». Per evitarlo servono misure immediate e soluzioni pratiche da affinare durante i 24 mesi che separano dell’entrata in vigore obbligatoria della direttiva. «Ma non c’è bisogno di ricorrere alla finanza creativa per risolvere il problema?suggerisce Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione attività produttive della Camera ?. La pubblica amministrazione deve ragionare come tutte le imprese che si trovano nella medesima condizione: andare in banca e ristrutturare il debito. Immediatamente la banca chiederà di separare lo stock di debito dal flusso: vuol dire che gli enti pubblici si impegnano a pagare puntualmente da quel momento in avanti e per il debito accumulato nel tempo, si chiederà ai debitori un piccolo sconto, del 10/15 per cento, prima di saldarlo. Un sistema semplice che ci metterebbe nelle condizioni di applicare subito la direttiva ». In fondo si tratterebbe di capovolgere un meccanismo già esistente: finora sono state le piccole imprese a rivolgersi agli istituti di credito per sostenere il peso del ritardo dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Adesso toccherebbe al pubblico entrare in banca per ristrutturare il debito. Ritardi al 60%. L’immediata attuazione della direttiva potrebbe mettere in moto un meccanismo di salvataggio delle piccole imprese molto più efficace di tante altre misure finora varate. È noto infatti come i ritardi nei pagamenti siano da sempre indicati dalle imprese come un fardello quasi «mortale». Non bisogna dimenticare infatti la portata di certe cifre: circa il 60% delle imprese denuncia ritardi, con un costante trend di crescita. Da uno studio realizzato da Intrum Justitia emerge che il totale della perdita su crediti è cresciuto del 20% in Europa e del 56% in Italia. «Il sistema per ristrutturare il debito esiste – continua Vignali – piuttosto bisognerà evitare che qualcuno ricorra a scappatoie come quella di inserire nei contratti con i privati clausole di derogabilità sui pagamenti: se infatti un ente inserisce in un bando d’appalto la clausola su pagamenti oltre i 60 giorni, quale sarà l’azienda che deciderà di non partecipare?». Oltre a evitare i sotterfugi però bisognerà anche rimuovere gli ostacoli già esistenti come quello del patto di stabilità con cui i Comuni sono vincolati al bilancio. «L’Europa deve decidersi – protesta Attilio Fontana, sindaco di Varese e presidente Anci Lombardia – o ci impone di pagare con celerità i nostri debiti oppure ci vincola agli obblighi di bilancio». Ormai si verifica sempre più spesso che anche i comuni che hanno liquidità per poter pagare vengono bloccati da questo vincolo che, paradossalmente penalizza proprio i virtuosi. Il paradosso del rigore. Il patto di stabilità, tra l’altro, è agganciato agli incassi: «Se non so di quanto potrò disporre non posso stabilire il mio potere d’acquisto. Questo limita la mia capacità di programmazione e mi blocca anche una programmazione di pagamenti di debiti arretrati», conclude Fontana. Il patto di stabilità che destabilizza i pagamenti? Un paradosso che potrebbe avere una via d’uscita. «Servirebbe una Basilea 2 dei Comuni – suggerisce Vignali – un rating che indichi quelli più virtuosi e quelli che invece hanno avuto una gestione censurabile. L’errore è applicare un principio unico per tutti: quando la virtù non viene premiata diventa più conveniente non essere virtuosi, questo è il vero paradosso che non possiamo più permetterci. E lo Stato in tal senso deve tornare a essere esempio di virtù». E da maratoneta trasformarsi in sprinter.

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