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Pacchetto sicurezza sotto la lente Ue

La Commissione europea sta analizzando le misure che riguardano l’espulsione di cittadini comunitari, adottate nell’ambito del pacchetto sicurezza presentato venerdì scorso dal Ministro dell’interno Roberto Maroni, per verificare la loro compatibilità con le norme Ue sulla libera circolazione. Lo ha dichiarato Matthew Newman, il portavoce della commissaria Ue alla giustizia e cittadinanza Viviane Reding, che aveva attaccato la Francia per le espulsioni dei rom. “Siamo al corrente delle nuove misure adottate dalle autorità italiane, che ci sono state notificate lo scorso venerdì”, ha affermato il portavoce, sottolineando che “siamo in stretto contatto con loro e al momento stiamo analizzando il testo, quindi a questo stadio non ci sono ancora conclusioni” sulla sua compatibilità con le norme Ue. In particolare, i servizi della Reding devono verificare se le misure del pacchetto sicurezza siano compatibili con la direttiva 38 del 2004 che riguarda la libera circolazione dei cittadini, la cui non adeguata applicazione è stata contestata a Parigi per le espulsioni dei cittadini Ue di origine rom. Il portavoce della Reding ha quindi sottolineato che l’obiettivo della direttiva europea sulla libera circolazione è quello della “protezione dei cittadini Ue”. Un cittadino europeo può infatti soggiornare liberamente per tre mesi in un altro stato membro, ma per potere prolungare il suo soggiorno deve dimostrare di non essere un “fardello” per lo stato che lo ospita in termini economici, sociali e di sicurezza. Però, ha ricordato Newman, la valutazione della situazione di ogni singolo cittadino deve essere fatta “caso per caso e su base individuale”, prendendo in considerazione parametri come “l’età, lo stato di salute, l’integrazione nel tessuto sociale del paese, le relazioni familiari, la condizione lavorativa e così via”. Procedura, questa, che non era stata rispettata da Parigi nel caso delle espulsioni dei rom, ed aveva quindi fatto l’oggetto di un avvio di procedura di infrazione da parte di Bruxelles. Secondo la direttiva di Bruxelles, ha quindi proseguito il portavoce della Reding, se un cittadino non soddisfa alcuna di queste condizioni per la sua permanenza nel paese ospitante, allora le autorità possono espellerlo ma “con il preavviso di un mese”. La persona colpita dal provvedimento può inoltre fare appello presso le autorità nazionali dello stato ospitante contro l’espulsione. I servizi di Bruxelles stanno quindi ora valutando il testo presentato da Maroni su questi punti in particolare.
Intanto il Consiglio dei Ministri degli interni dell’Unione europea ha approvato la liberalizzazione della circolazione in Europa dei cittadini provenienti da Bosnia, Erzegovina e Albania. A partire dal prossimo mese, dunque, chi viaggia nell’area “Schengen” da questi paesi non avrà più bisogno del visto, ma solo di un passaporto valido. La commissaria Ue per gli affari interni Cecilia Malmstrom ha commentato favorevolmente la decisione del Consiglio, ricordando al tempo stesso che “nell’ambito dei precedenti processi di liberalizzazione dei visti con i Balcani occidentali, si era registrato un aumento delle richieste d’asilo infondate”. Per far fronte a questo rischio, sarà messo in campo un sistema di monitoraggio “post-visti”. Inoltre, le autorità di Albania e Bosnia Erzegovina si sono impegnate a prevenire gli abusi della libertà di circolazione: in questo modo, secondo Malmstrom, la possibilità di viaggiare senza visti diventerà “un’opportunità storica”, facilitando “i contatti diretti” e aumentando le possibilità di business. Anche il commissario all’Allargamento Stefan Fule è favorevole alla decisione, che considera un passo avanti nella direzione delle “riforme necessarie per avvicinare i due paesi alle loro aspirazioni europee”. Ma “la decisione del Consiglio di Ministri europei di aprire l’area Schengen a Bosnia e Albania unitamente all’allargamento che da marzo prossimo coinvolgerà la Romania rischia di produrre un cortocircuito sul piano della sicurezza di Milano”, commenta Riccardo De Corato, vicesindaco e assessore alla Sicurezza del capoluogo lombardo, che vede il rischio “di far piombare la città in quella situazione che abbiamo già vissuto nel 2007 con l’ingresso della Romania nella Ue”, quando Milano “si trovò in poco tempo 10 mila nomadi in città e il 40% dei latitanti provenienti da Bucarest e dintorni, come aveva affermato il Ministro romeno della giustizia”. I detenuti comunitari, poi, “sono schizzati da mille a 11mila, come ha certificato l’Istat”. “Milano – precisa De Corato – ha già subito un’impennata della criminalità dopo l’ingresso della Romania nella Ue. E la decisione di abolire il visto per Albania e Bosnia rischia dal prossimo dicembre di replicare un déjà vu. A Milano ci sono 5203 albanesi. E i numeri potrebbero avere un’impennata”. “Chi sostiene le porte spalancate a tutti – aggiunge De Corato – dovrebbe riflettere sui dati di Milano. Secondo una nuova elaborazione del settore Statistica del Comune in dieci anni gli stranieri sono passati dal 9 % al 16% (da 117.691 a 210.175) con una crescita del 79%. Mentre gli italiani sono contemporaneamente decresciuti del 7 % (da 1.185.588 a 1.104.072). Un aumento troppo rapido in quello spazio temporale e inevitabilmente accompagnato da maggiori costi sociali e sul piano della sicurezza”.

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